Pascale, «S’è fatta ora» di un po’ di illuminismo

La tesi che la camorra, l’arretratezza, l’inferno della burocrazia e così via siano problemi irrisolvibili perché fanno parte di un problema più grande, in un gioco di scatole cinesi che si ripete all’infinito, è tipicamente nazionale. Non a caso è stata tratteggiata magistralmente dalla migliore commedia all’italiana, tra l’altro più che disposta ad ammettere che fra la presunta irrisolvibilità dei problemi e la misantropia di un intero popolo il passo fosse breve.
Così quando Vincenzo, l’alter ego di Antonio Pascale, ascolta il padre ripetere «che brutta cosa ’a gente», non ci stupiamo, e rinunciamo a giustificarlo rievocando il celebre «l’inferno sono gli altri» di Sartre. Se tutto finisse qui, se Pascale raccontasse solo degli apologhi amari, saremmo di fronte all’ennesimo esempio di una letteratura della frustrazione, o del piagnisteo. Ma già nella Città distratta, il libro che ne ha rivelato il talento, e poi nella Manutenzione degli affetti Pascale trattava gli iniziali fallimenti dei suoi personaggi e la loro tentazione di arrendersi come il vero problema, un problema ben più grave della realtà coriacea ed apertamente fuorilegge che li circondava. Dopodiché intraprendeva una battaglia contro la paralizzante «retorica dell’apocalisse»: quella, per intenderci, che fa dire a Giorgio Bocca che Napoli è spacciata, e che dunque tanto vale disinteressarsene.
Anche i recenti racconti di S’è fatta ora (minimum fax, pagg. 126, euro 9,50) disegnano una perfetta parabola civile. Nel primo Vincenzo bambino percepisce attorno a sé l’avanzare di una sorta di entropia, di progressivo sprofondamento nel disordine. Il pan di spagna «non cresceva, non lievitava; il tempo degli oggetti che si incastravano l’uno con l’altro grazie al lavoro preciso dei nonni era finito». Nel successivo, La miglioria della morte, gli spifferi invadono l’abitazione perché gli infissi non sono a squadro. Il nonno cerca disperatamente di porvi rimedio, solo che quella che pare una lotta contro il caos si rivela un sintomo della fine imminente. «Quando uno sta per morire questo fa, cerca di mettere a posto tutte le cose. Anche quelle impossibili».
Per fortuna la terribile allegoria (se i vincitori a Napoli, a Roma o a Caserta sono coloro che marciano nel verso delle cose, e il verso delle cose è la gestione personale del potere o la camorra, ogni «miglioria» maschera un desiderio di autodistruzione, un cupio dissolvi) serve a fare spazio ad un programma minimo realizzabile senza eroismi, stilato sotto la supervisione di Cechov. Il medico Cechov, lo stesso che, di fronte alle troppe pagine in cui Tolstoj gira la penna nella ferita mortale del principe Andrej, sbotta: «Se fossi stato vicino al principe Andrej, io l’avrei salvato».


Chissà come saranno accolte queste esemplari parabole illuministiche in un Paese che ha sempre preferito gli astratti e magniloquenti furori alle piccole ed efficaci misurazioni, la farmacologia alla prevenzione, le tonnellate di insetticidi alla ricerca sugli Ogm e ovviamente i gommoni di Greenpeace allo sviluppo sostenibile («Voi siete dei romantici che credete di risolvere i problemi con l’arrivo della cavalleria. I vostri gommoni sono la cavalleria»). Ma è infinitamente confortante leggere queste pagine: perché di buon senso, ottimismo volterriano e capacità di trasmetterne il fascino non ve ne sarà mai abbastanza.

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