Il primato della politica

Con chi se la prende, del resto, il Presidente americano? In quali ambiti pretende d'imporre nuovamente il primato della politica? Se la prende con le istituzioni che in questi decenni si sono incaricate di costruire e diffondere la nuova moralità egualitaria e inclusiva: i media e le università

Il primato della politica
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Chi ama la politica e detesta Donald Trump dovrà farsene una ragione: il Presidente americano sta ripristinando, con violenza, il primato della politica. Ossia sta cercando d'imporre la propria volontà di leader di una comunità sulla realtà esterna a quella comunità, ignorando deliberatamente qualsiasi argomento possa essergli opposto che provenga da logiche non politiche. Così facendo, Trump sta invertendo la tendenza dell'ultimo cinquantennio, si sta ricollegando agli anni Venti e Trenta del Novecento e sta compiendo un'operazione che ha senz'altro delle ragioni storiche. Ma è pure molto pericolosa.

Nell'ultimo mezzo secolo circa la politica è stata ridotta in un angolo. Anche in reazione al penultimo mezzo secolo, 1917-1968, che invece era stato stracolmo di politica. Dagli anni Settanta in poi, così, abbiamo visto le leadership politiche sempre più imbrigliate da vincoli di natura etica, sia personale sia pubblica: dall'onestà al rispetto delle diversità, dall'inclusione universale ai valori umanitari. Poi le abbiamo viste dibattersi in una fitta rete giuridica generata, fra l'altro, dal moltiplicarsi di trattati e tribunali internazionali e dall'ampliarsi dei poteri delle corti costituzionali. Infine, ed è la constatazione più ovvia, la politica si è dovuta confrontare con processi di globalizzazione economica che sfuggivano al suo controllo, mentre la logica manageriale si espandeva ben oltre l'ambito aziendale e penetrava a fondo nelle strutture pubbliche.

In breve, abbiamo vissuto più di cinquant'anni a intensità bassa e decrescente di politica. Questa stagione della quale nessuno al mondo, forse, è stato l'emblema tanto quanto Silvio Berlusconi è stata segnata da una grande

promessa a suo modo liberale: che non servissero più la politica, i politici e nemmeno il potere, perché il genere umano poteva esser governato dalla moralità, dal diritto e dal mercato. Nessun individuo avrebbe più dovuto comandare su nessun altro, nessuno sarebbe più stato né sopra né sotto, ma tutti avrebbero interagito in maniera egualitaria, ordinata e progressiva seguendo regole impersonali che specialisti neutrali avrebbero avuto l'incarico, meramente tecnico, di manutenere e far rispettare. Bello, vero?

Bellissimo. Solo, non ha funzionato. O almeno, ha funzionato soltanto in parte. Per varie ragioni, ma qui ne menzionerò soltanto una: perché in ogni interazione umana, anche in quelle che pretendono di esorcizzare il potere e farsi governare dalle regole, alla fine c'è chi vince e c'è chi perde. E chi perde s'arrabbia e chi s'arrabbia cerca di rovesciare il tavolo e se il tavolo è governato dalle regole, le contesta. O meglio, dà mandato a un leader di compiere un atto di volontà politica talmente radicale da sovvertire completamente il gioco e iniziarne uno nuovo. È il fenomeno che molto confusamente abbiamo chiamato populismo, e che sembra esser giunto a piena maturazione col secondo mandato di Trump.

Con chi se la prende, del resto, il Presidente americano? In quali ambiti pretende d'imporre nuovamente il primato della politica? Se la prende con le istituzioni che in questi decenni si sono incaricate di costruire e diffondere la nuova moralità egualitaria e inclusiva: i media e le università. Poi con i giudici e le corti di giustizia. Infine, aumentando i dazi, con l'integrazione globale dei mercati. Perciò fanno un po' sorridere

gli esperti che, con argomenti per altro solidissimi, contestano sul terreno economico le scelte commerciali americane perché queste scelte presuppongono esattamente che quel terreno debba essere sconvolto e quegli argomenti ignorati. Per la stessa ragione, potrebbe anche essere vano interrogarsi sugli obiettivi che Trump sta perseguendo con i dazi. Se lo scopo ultimo è ripristinare il primato della politica, allora è stato già raggiunto nel momento stesso in cui le tariffe sono state imposte, quali che ne siano le conseguenze economiche. I dazi sono fini a se stessi, insomma.

Se questo ragionamento tiene, allora il limite della rivoluzione trumpiana può solo essere politico, non etico, giuridico o economico. La domanda di fondo è quanto siano arrabbiati i suoi elettori. Ossia, fino a che punto desiderino rovesciare un tavolo dalla cui distruzione potrebbero esser danneggiati anche loro. Questa è la prima differenza fra ciò che sta accadendo oggi e quel che è accaduto negli anni Venti e Trenta del Novecento: anche allora un assetto liberale entrò in crisi e si generò una reazione iper-politica, ma chi abitava quel tempo aveva molto meno da perdere di chi vive nel nostro.

La seconda differenza è che oggi abbiamo più esperienza, proprio perché ricordiamo quel che è accaduto cent'anni fa. Possiamo solo sperare che questo sia sufficiente a contenere entro limiti fisiologici il ripristino trumpiano del primato della politica.

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