
Fine anni Novanta inizi Duemila. Carlo Giuliani, Manu Chao e Donald Trump. Contestualizziamo: vanno di moda i vestiti oversize, i jeans a vita alta e le camicie di flanella, in tv spopola Friends, una sitcom (allora non si chiamavano ancora serie, perché, in fondo, ci si prendeva meno sul serio) che racconta le avventure di sei ragazzi newyorchesi, le radio passano gli ultimi vagiti della musica grunge e impazzano le melodie brit pop, i telefoni cellulari non erano ancora intelligenti come quelli di oggi ma vibravano già ossessivamente percossi dagli sms (la moda del periodo), in ogni cameretta che si rispetti e in ogni ufficio d'Occidente era acceso un pc con la schermata a colori vivissimi e saturi di Windows, vengono venduti milioni di Tamagotchi, l'Italia era divisa ferocemente tra berlusconiani e antiberlusconiani, alla Casa Bianca Bill Clinton consumava gli ultimi anni di mandato prima di lasciare il posto a George W. Bush. Donald Trump faceva l'immobiliarista miliardario, s'interessava di wrestling e poco di politica.
L'edonismo anni Ottanta era una calda luce alle spalle, come quelle che le nonne posizionavano dietro ai televisori per non ben precisati motivi ottici, e le Torri Gemelle non erano ancora crollate trascinandosi giù certezze e paure collettive. Ma sotto la pelle di quegli anni - ancora poco tatuata - già sobbollivano tormenti e dubbi. Se quella generazione, un po' smagata, ha avuto un suo piccolo Sessantotto è stato sicuramente quel movimento liquido e un po' confusionario che sul finire dei Novanta venne ribattezzato come il «Popolo di Seattle», città nodale e germinativa in quel decennio. Ma «Popolo di Seattle» è un'etichetta che ci aiuta poco a capire cosa volevano quei ragazzi, ammesso che loro stessi lo sapessero. «No global» ci dice già qualcosa di più, perché era questo il succo della loro protesta: la lotta alla globalizzazione economica, al turbocapitalismo, alla mondializzazione, allo strapotere delle multinazionali, agli accordi economici internazionali sanciti dal Wto, la World trade organization, che in quegli anni, per i No global, è una sigla che racchiude il male assoluto. Il testo sacro di riferimento per i giovani movimentisti è No Logo, il libro manifesto della giornalista canadese Naomi Klein, un atto di accusa contro l'industria e il mercato globale. Ma nella biblioteca dei No Global c'è spazio anche per Impero del filosofo comunista Toni Negri, per i testi degli economisti Jeremy Rifkin e Joseph Stiglitz, del linguista Noam Chomsky. Le Monde Diplomatique, chicchissima e schieratissima pubblicazione francese, in quel periodo è un genere di abbigliamento che non può non uscire da zaini e tascapane dei manifestanti. Di sottofondo una radio passa un motivetto di Manu Chao. I vertici del G8 e del sopraccitato Wto sono i palcoscenici d'eccellenza per mettere in scena la protesta contro la globalizzazione che cancella le culture, pialla gli usi e uniforma i costumi per trasformarci tutti da cittadini in consumatori. È proprio a Genova, durante il G8 del 2001, con l'uccisione di Carlo Giuliani, che la protesta No Global raggiunge il suo acme e il massimo della tragicità. Nel frattempo Donald Trump giocava tranquillamente a golf, ignaro che il suo destino si sarebbe incrociato con quello di quei contestatori che presumibilmente detestava. Quei giovani manifestano contro un mercato globale che li ha resi benestanti ma evidentemente insoddisfatti, sognano di distruggere quel gioiello di economia e relazioni internazionali che per loro è al contempo una giostra infernale e una garrota per gli ultimi della terra. Vogliono sfasciare il Wto, ma nel frattempo l'unica cosa che sfasciano sono le vetrine delle catene di negozi, le auto che incontrano lungo i loro cortei nei centri delle città che invadono e gli scudi della polizia. Il mercato globale regge, se ne infischia di queste masse stravolte di sciamannati. Regge altri cinque lustri, regge all'impatto delle folle inferocite, ma non all'uomo Donald Trump. Epigono involontario del movimento No global. Perché, alla fine dei conti, lo scopo del popolo di Seattle - sconquassare il mercato mondiale - lo raggiunge Trump con i suoi dazi. «Fine della globalizzazione», dicono in coro gli osservatori internazionali, compresi quelli che ora se ne dispiacciono ma una volta la detestavano. The Donald, con la sua apparente pantoclastia, travolge e spazza via il capitalismo mondializzato per come lo abbiamo conosciuto fino a oggi. Trump il miliardario, lo speculatore, il repubblicano, il «fascista» porta a compimento il miraggio di Naomi Klein, di Toni Negri, Di Jeremy Rifkin e dei tanti ragazzi che come Carlo Giuliani protestavano per le strade delle città di mezzo mondo e i cui fratelli minori sono quelli che ora manifestano contro di lui.
Lui odia loro, loro odiano lui, inconsapevoli che negli anni Novanta avrebbero dovuto appendere il suo poster nelle loro stanzette. Alla fine il capitalismo lo ha preso a sberle un capitalista e non quattro post comunisti. Prepariamoci all'era dei paradossi.- dal lunedì al venerdì dalle ore 10:00 alle ore 20:00
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