
Nessun politico esce mai davvero di scena, neppure da ex. Anzi, per alcuni quello è il momento giusto per entrarci da protagonisti. E così Pier Luigi Bersani, già Segretario generale del Politbüro comunista e democratico, e adesso una seconda vita da ospite dei talk show e attore estemporaneo, se non è proprio protagonista, è una spalla di altissimo livello nel nuovo spettacolo teatrale, molto politico e molto divertente, del comico Antonio Cornacchione. Titolo: Basta poco. Sottinteso: «...a diventare fascisti».
Il testo è una commedia, il teatro impegnato, la satira politicamente corretta più che ruvida, e le due ore di spettacolo una seduta di autocoscienza collettiva di una sinistra in crisi ma sempre moralmente superiore. Beata lei.
Ed eccoci, beati anche noi, alla prima milanese. Teatro Leonardo: Città Studi, fra gli echi del movimento studentesco degli anni Settanta e il Politecnico, una sala che è, in piccolo, il Pd di oggi le prime file affollate, ma dietro mezzo vuoto e un pubblico che coincide con i lettori di Repubblica e spettatori di La7. Non vorremmo mancare di rispetto a qualche signora, ma non c'è nessuno sotto i 60 anni (i 50, va'..). Coscienza politica alta, scarpe basse, capelli grigi e poltroncine rosse. Serpeggia una certa Nostalghia e abbonda il ceto medio-alto ma molto riflessivo. Le signore accanto a noi stanno dicendo che a maggio andranno a Siracusa, al teatro greco, a vedere l'Elettra («Gli attori sono bravissimi...») e nella poltroncina davanti un signore scrolla un reel di Propaganda Live, t-shirt e scarp del tennis. L'unico in cravatta è il vostro cronista. E qualcosa vorrà pur dire.
Cosa ci dice invece la pièce è semplice. Antonio Cornacchione, che lo ricordavamo in uno sketch-tormentone televisivo come il più grande fan di Berlusconi («Povero Silvio!»), qui è un tipografo sull'orlo del fallimento, di provata fede politica e dall'anagrafe specchiata (di nome fa Palmiro), che vive in una casa popolare dell'Aler con la sua unica dipendente: una donna ungherese (Alessandra Faiella, bravissima), di cui è segretamente innamorato, alla quale offre ospitalità al posto del Tfr che le spetterebbe ma che non le può pagare... E quando riceve lo sfratto perché l'appartamento viene assegnato ad una famiglia sinti, abbandonato dai vecchi compagni (Giovanni Storti, che è qui senza Aldo e Giacomo) e tentato da un giovane neofascista (Pino Quartullo) a rinnegare i proprio ideali per poter conservare la casa («E diamogli un calcio nel culo a 'sti zingari de' merda»), il povero Palmiro entra in crisi. Che fare? Lasciarsi travolgere dalla deriva sovranista o mantenere fede all'ideale egualitario? Per fortuna ogni tanto (per tre volte in tutto lo spettacolo) gli appare in sogno, che sul palcoscenico diventa un video, il fantasma del padre eccolo Pier Luigi Bersani! , un vecchio comunista che stampava volantini per il partito e i vangeli per i preti («Ha fatto il compromesso storico prima di Berlinguer») il quale sprona Palmiro a non venire meno ai propri principi. Ma con buon senso, con serenità, con pacatezza. Del resto, Bersani è fatto di quella pasta lì; è un buono; un Prodi che non tira i capelli. E Palmiro, alla fine, rischia di diventare il nuovo faro della sinistra italiana. Che, vista la concorrenza, è la parte meno surreale della commedia.
Per il resto, calato il sipario, a fare scattare l'applauso Basta poco.
Lo spettacolo è molto divertente, gli attori tutti bravi, il messaggio pieno di umanità e speranza (al netto di qualche luogo comune necessario: le badanti dell'Est infide, gli albanesi ladri, i «patriotti italiani» tutti con tatuaggio del Duce) e Bersani in platea c'è anche la figlia è un vecchio saggio, paterno e rassicurante. E così, anche stasera, andiamo a letto tutti antifascisti e contenti.
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