Corriere, Intesa lascia il cda. Ora cambiano gli equilibri

Micciché si dimette dal consiglio di Rcs prima della semestrale che non tiene conto della causa Blackstone

Corriere, Intesa lascia il cda. Ora cambiano gli equilibri

Le dimissioni di Gaetano Micciché dal consiglio di Rcs segnano un punto di svolta negli equilibri del gruppo editoriale del Corriere della Sera. Il banchiere siciliano rappresenta da lustri il ruolo di «sistema» svolto da Intesa Sanpaolo nelle società che, oltre al supporto creditizio, richiedono anche interventi di capitale; in altri termini è il banchiere d'affari di Intesa e, in questo ruolo, cinque anni fa, è stato al fianco di Urbano Cairo nella scalata al Corriere, sfidando e battendo il salotto buono della finanza milanese per antonomasia, quello di Mediobanca e dei suoi soci storici tra cui Pirelli, Fondiaria, Della Valle.

Ieri Micciché ha lasciato il cda di Rcs. Ufficialmente per i troppi «attuali impegni e quelli che prevede di assumere»; ma nella realtà è verosimile un'altra interpretazione: le dimissioni annunciate alla vigilia del consiglio che venerdì 30 deve approvare la semestrale di Rcs - nella quale sarà scritto che la società non intende fare accantonamenti prudenziali per la causa da 600 milioni di dollari intentata dal fondo Usa Blackstone, che chiede i danni per la mancata cessione dell'immobile di via Solferino causata da un'azione legale a sua volta tentata e perduta dallo stesso Cairo sono un chiaro segnale di presa di distanza dall'editore, contrario a quell'accantonamento.

La vicenda ha un aspetto tecnico e uno di «potere». Sul primo punto Cairo agisce in perfetta coerenza: non ha mai considerato la causa milionaria di Blackstone (pari a una volta e mezzo l'intero valore di Rcs) una cosa seria e tantomeno pensa che questa possa tenersi a Manhattan. La Consob ha preso atto e, per la sue prerogative (l'Authority non può imporre manovre di bilancio, ma garantire trasparenza d'informazione ai soci) considera corretta la scelta di Rcs. Con buona pace di Metteo Renzi, che ha duramente attaccato, nel suo libro Controcorrente, l'operato del presidente Consob Paolo Savona.

L'altro lato della medaglia è la pressione, crescente, su Cairo da parte di un vasto ambito finanziario, bancario e politico. Finanziario perché a nessuno dei cosiddetti poteri forti è mai andata giù l'Opa del 2016, prima e clamorosa sconfitta della storia di Mediobanca. Nel capitale di Rcs sono rimasti Pirelli, Della Valle, Unipol. Mentre fuori dal capitale ci sono vecchi e nuovi candidati a far parte di una cordata per la Rizzoli: da Montezemolo con i capitali del gruppo di Italo, agli Angelucci editori di Libero. Bancario perché Cairo ha rotto nel tempo proprio con Intesa - e oggi questa rottura diventa evidente - la banca che detiene il debito di Rcs, il cui numero uno Carlo Messina non ha gradito né il suo scontro con la finanza Usa di Blackstone, né la linea del quotidiano. E qui si arriva alla politica, evidenziata proprio dagli strali di Renzi, che vede in Cairo anche come editore di La7 un pericoloso simpatizzante del movimento 5 Stelle.

Dalla sua il patron del Torino vanta i risultati di Rcs, molto buoni, che finora lo tengono al sicuro: quando ha lanciato l'Opa Rcs aveva 487 milioni debiti e ne perdeva 175 all'anno (bilancio 2015). Nell'ultima trimestrale i debiti erano poco meno di 49 milioni e sembra si siano ridotti già a quota 30. Mentre il gruppo è tornato in utile. E, soprattutto, il capitale è blindato: il 63% di Rcs è nelle mani di Cairo.

Una manovra di mercato per prendersi il Corriere è al momento fantafinanza. Basterà questo a garantire sonno tranquilli all'editore milanese? Di sicuro, da ieri, non potrà più contare sull'appoggio di Micciché, un amico importante in meno nel cda. E bisognerà vedere da chi sarà sostituito.

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