"D'Alema in affari col regime cinese che ci ha depistato sulla pandemia"

L'autore del libro choc "L'Infinito errore": "Uno dei soci della società dietro la vendita all'Italia di respiratori nel 2003 negò l'epidemia di Sars. Conte? Raddoppiò i voli anziché chiudere tutto"

"D'Alema in affari col regime cinese che ci ha depistato sulla pandemia"

A volte ritornano. Prendete l'ex premier Massimo D'Alema, tirato in causa nel pasticciaccio dei ventilatori cinesi non a norma, venduti all'Italia in piena pandemia, su cui si stanno accendendo i fari delle Procure. Ma che c'entra D'Alema nella trattativa con il dipartimento della Protezione civile? «C'entra in quanto presidente onorario dell'associazione Silk Road Cities Alliance di Pechino che controlla la società Silk Road Global Information Limited da cui il 13 marzo 2020 la Protezione civile ha acquistato i ventilatori», risponde Fabrizio Gatti, inviato dell'Espresso e autore di L'infinito errore - La storia segreta di una pandemia che si doveva evitare, il libro in uscita dopodomani che ricostruisce minuziosamente gli ultimi 18 mesi con documenti inediti, verbali e testimonianze. «D'Alema, unico non cinese si accompagna a tre presidenti onorari cinesi che sono esponenti degli apparati del regime del Partito nazionalcomunista. Il loro obiettivo con la nuova via della Seta è la penetrazione della Cina in Europa attraverso il nostro Paese. Non è un caso che D'Alema sia stato uno degli sponsor della nascita del Conte II, definendolo sui quotidiani il più amato dagli italiani». Uno di loro è Zhang Wenkang, ministro della Sanità rimosso nel 2003 dal regime con l'accusa di aver nascosto la prima epidemia di Sars. Ecco, sarebbe bastato usare proprio la parola Sars anche per questa pandemia che tanti errori si sarebbero potuti evitare».

Cominciamo dal pasticcio dei ventilatori

«La decisione fu del Cts di Agostino Miozzo. Sui verbali non si spiega la ragione del no agli altri 276 ventilatori di altre marche proposti all'Italia eppure, siamo al 13 marzo, ce n'era un gran bisogno... Intanto anziché sigillare i confini il 10 febbraio abbiamo regalato 18 tonnellate di mascherine alla Cina. Una scelta sciagurata. Come quella di affidare a una srl una partita da 5 milioni di mascherine dall'India. Il fornitore si è chiesto: Perché non paga direttamente il governo ma una società a responsabilità limitata?. E l'affare sfumò...»

Sul tracciamento cosa si poteva fare?

«Bastava dare retta a quel che scriveva a Giuseppe Conte l'ex capo della Protezione civile Angelo Borrelli il 21 gennaio. Otto giorni dopo l'accordo sull'aumento dei voli tra Italia e Cina - da 54 voli a 108 voli da e per la Cina roba da 30mila persone a settimana - avvertì Conte del previsto massiccio flusso di turisti cinesi e sulle analogie tra il nuovo Coronavirus e la precedente epidemia di Sars».

Erano decisioni da prendere in fretta...

«L'altro errore è stato bloccare gli arrivi da Wuhan e consentire quelli dallo Zhejiang. Perché a Hangzhou è segnalata una delle quattro zone di diffusione del nuovo coronavirus, così come da Nanchino, Ningbo e Shanghai. E invece proprio dal ceppo di Shangai l'epidemia è entrata in Italia. Qualche giorno dopo, all'ipotesi della quarantena per chi veniva dalla Cina, Conte disse che non si potevano danneggiare gli interessi dei nostri imprenditori. O forse le alleanze tra Italia e Cina».

Invece servivano far le zone rosse

«Il 29 febbraio, mentre a Bergamo i contagi raddoppiavano di giorno in giorno uno dei consiglieri più ascoltati dal capo dipartimento della Protezione civile, Piero Moscardini, suggerisce di fare una Direzione di comando e controllo in Prefettura a Milano. Non succederà...»

Anche l'Oms ha le sue responsabilità...

«Certamente. Nel 2003 grazie alla collaborazione tra Oms e governi, nonostante le bugie cinesi del ministro, oggi associato di D'Alema, il mondo era riuscito a contenere il virus. Oggi l'influenza nel mondo del Partito nazionalcomunista cinese si sente molto di più. Ripeto, sarebbe bastato chiamare Sars questo virus, non Covid 19 che sembra il nome commerciale di una pillola.

Il direttore generale del Centro cinese per il controllo e la prevenzione delle malattie George Gao e la virologa di Wuhan Shi Zhengli fanno una battaglia per chiedere di togliere la parola Sars dal nome del virus definito Sars-Cov-2, una scelta in sintonia con il Partito comunista cinese e i compagni cinesi di D'Alema. Per nascondere al mondo cosa stava accadendo...»

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