Hong Kong sfida, Pechino strangola

La protesta dei ribelli ancora in piazza. Scontri duri con gli agenti: arresti di massa

Hong Kong sfida, Pechino strangola

Trecentosettanta arrestati per proteste non autorizzate, dieci dei quali in base alla nuova legge sulla sicurezza: e non vorremmo essere nessuno di loro, ma soprattutto nessuno di quei dieci. Il bilancio della prima giornata dell'entrata in vigore delle norme imposte da Pechino per strangolare il movimento democratico e filoccidentale di Hong Kong dice chiaramente cosa dovranno aspettarsi da qui in avanti i sempre più disperati oppositori della «normalizzazione» comunista nella ex colonia britannica: polizia in assetto da guerriglia urbana pronta a usare la forza e a sbattere in galera chi manifesta nelle strade, e tribunali cinesi per chi viola la nuova legge.

Prospettiva, quest'ultima, decisamente temibile, visto che in Cina il 99% dei processi si conclude con una condanna e che per essere accusato di sovversione o terrorismo ormai basta molto poco: rifiutarsi di cantare «con adeguato atteggiamento solenne» l'inno nazionale cinese nelle occasioni prescritte, azzardarsi a intonare canzoni o inni non approvati, impugnare una bandiera o un cartello di tenore autonomista o peggio indipendentista, manifestare opposizione al legittimo governo di Hong Kong o della Cina stessa, ancorché nessuno dei due sia mai stato eletto in base a criteri che si possano definire democratici.

Ieri sono state migliaia le persone che hanno risposto all'appello di alcuni leader della resistenza a protestare contro il giro di vite. Molti di loro erano decisamente arrabbiati e hanno ingaggiato violenti scontri con la polizia, che aveva esposto striscioni che avvertivano del rischio di essere perseguiti in base alla nuova normativa. Per disperdere la folla sono stati usati proiettili di gomma, cannoni ad acqua con sostanze chimiche, lacrimogeni e spray urticanti. Sette agenti sono rimasti feriti, e la polizia lamenta che a uno di loro, ferito da un oggetto appuntito, non sia stato offerto soccorso dai cittadini.

Il giovane attivista Joshua Wong, fondatore del movimento autonomista Demosisto (che ha sciolto martedì per evitare l'arresto immediato) e figura di spicco dell'opposizione democratica, ha mantenuto la promessa di continuare la sua battaglia a titolo individuale nonostante gli enormi rischi che corre. «Non ci arrenderemo mai ha scritto ieri su Twitter - Siamo in strada per manifestare contro la legge sulla sicurezza nazionale. Hanno perfino arrestato un cittadino di Hong Kong con l'accusa di incitazione all'indipendenza perché cantava Long live Liverpool. È la prima volta che rischiamo l'arresto per effetto di una legge cinese».

La battaglia non è solo nelle strade di Hong Kong, ma anche, sul piano diplomatico, a livello internazionale. La Cina punta sulla divisione dei Paesi occidentali per sostenere che solo una minoranza di essi si oppone alle sue misure liberticide nella ex colonia britannica. I toni usati dal governo cinese sono duri: «Il tempo in cui il popolo cinese doveva piacere agli altri è finito», ha detto il direttore dell'ufficio per gli affari di Hong Kong e Macao Zhang Xiaoming definendo un fallimento la minaccia di sanzioni che arriva dagli Stati Uniti e dall'Europa.

Misure concrete però non mancano: il premier britannico Boris Johnson denuncia la grave violazione dell'autonomia di Hong Kong e conferma le annunciate facilitazioni per la concessione della cittadinanza ai suoi residenti; il Congresso Usa presenta una legge bipartisan per concedere lo status di rifugiati permanenti ai perseguitati politici di Hong Kong; e Taiwan apre nella sua capitale Taipei un ufficio per accogliere nella Cina nazionalista cittadini e imprese che intendono lasciare Hong Kong.

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