Kamala Harris candidata col sigillo dei finanziatori. La partita si gioca sul vice

"Determinata a guadagnarmi questa nomination". Restano le perplessità sull'operato della numero 2

Kamala Harris candidata col sigillo dei finanziatori. La partita si gioca sul vice
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E adesso che cosa succede? Tutti vogliono sapere chi prenderà il posto di Joe Biden come candidato democratico alla Casa Bianca, con una sostituzione in corsa che ha tutto il sapore dell'emergenza, in un clima simile a quello del 1968 quando Lyndon Johnson annunciò a sorpresa che non avrebbe corso per un secondo mandato. Rispondere è complicato, perché il rimescolamento di carte nel partito del presidente in carica è totale. C'è una questione politica (chi è la figura adatta per vincere le elezioni contro Donald Trump?) ma anche una economica (che destinazione avranno gli ingenti fondi fin qui raccolti per sostenere il ticket Biden-Harris?), senza dimenticare l'infernale groviglio delle procedure da seguire: Joe Biden non sta rinunciando al suo incarico presidenziale (se lo facesse allora sì che il suo posto verrebbe preso in automatico dalla sua attuale vice), ma «solo» alla sua ricandidatura per il prossimo mandato quadriennale, e siccome non è un monarca la sua successione non è soggetta ad automatismi.

Nella lettera con cui il presidente ha annunciato la sua rinuncia vengono fatti complimenti rituali a Kamala Harris, ma senza un esplicito «endorsement». Solo successivamente, Biden ha postato su X (per ironia del destino un social nelle mani di quell'Elon Musk che si è convertito in generoso finanziatore di Trump) una precisazione in cui offre il suo «pieno sostegno e appoggio affinché Kamala sia il candidato del nostro partito quest'anno». Questa indicazione ha un fortissimo peso: a questo punto diventa molto difficile scegliere qualcun altro al posto della Harris, che pure è lontana dal godere di unanimi consensi all'interno del suo partito Biden l'aveva scelta quattro anni fa per il suo profilo di donna di sinistra moderata e rappresentante di una minoranza etnica, ma la vicepresidente non ha mai brillato né per personalità né per iniziativa politica. La stessa Harris ha ringraziato il presidente e si è lanciata: «Sono onorata di avere l'appoggio del presidente, la mia intenzione è quella di guadagnarmi e vincere questa candidatura. Unirò il partito e batteremo Donald Trump».

Oltre a questo, immaginiamoci la situazione che potrebbe crearsi nei prossimi sei mesi, durante i quali Joe Biden sarà chiamato a svolgere ancora le sue funzioni di presidente degli Stati Uniti in condizioni di prevedibile peggioramento. È chiaro che in questa fase potenzialmente delicatissima la vicepresidente Harris sarebbe chiamata a ricoprire un ruolo sempre più operativo: e a quel punto, sarebbe assurdo negarle la candidatura alla Casa Bianca. Saremmo di fronte all'ammissione che non solo il presidente Biden è di fatto incapace di assicurare una guida politica, ma anche che la sua vice (pur non colpita da nessuna malattia invalidante) non viene considerata all'altezza: un doppio pesantissimo colpo alla credibilità non solo dei democratici, ma delle stesse istituzioni americane.

In teoria, comunque, la scelta del nuovo candidato alla Casa Bianca potrebbe essere affidata alla Convention Dem già fissata per metà agosto a Chicago. Che a questo punto diventerebbe una «primaria aperta», con i delegati impegnati a sostenere Biden ormai liberi e oggetto della caccia dei candidati per il loro determinante sostegno. Improbabile, perché esporrebbe in pubblico tutte le spaccature interne proprio nel momento in cui il partito ha invece bisogno di mostrarsi massimamente unito. Se proprio la Harris non convincesse e fosse necessaria una conta, verrebbe considerata l'ipotesi di una votazione dei maggiorenti a porte chiuse.

Chiunque sia il prescelto e qualsiasi la modalità, obiettivo dei Dem è presentare un volto giovane e dinamico, in grado di contendere a Trump e al suo vice ex colletto blu JD Vance l'elettorato centrista e popolare: si nominano la governatrice del Michigan Gretchen Whitmer e il collega californiano Gavin Newsom, senza trascurare il presidente della Pennsylvania Josh Shapiro. Ma «in cauda venenum» c'è l'aspetto economico: i 90 milioni di dollari di fondi oggi disponibili per i Dem sono stati raccolti per il ticket Biden-Harris.

Se dunque Kamala non fosse candidata quei denari non sarebbero per legge utilizzabili. E i donatori riconfermano il loro appoggio alla Harris. Un motivo in più per considerare seriamente di unirsi dietro una figura considerata scialba.

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