L'ultimo fronte è la guerra di religione. Arrestato il metropolita vicino a Mosca

Levid, fedele a Kirill e a Putin, accusato di fomentare l'odio anti ucraino. Prelevato dal monastero delle Grotte: 2 mesi ai domiciliari

L'ultimo fronte è la guerra di religione. Arrestato il metropolita vicino a Mosca

Una guerra nella guerra. Ma si commetterebbe un errore se si pensasse che quella tra le autorità ucraine e i preti ortodossi fedeli al Patriarcato di Mosca installati nello storico Monastero delle Grotte di Kiev, culminata ieri nell'arresto del metropolita Pavlo Levid, ai domiciliari per due mesi, sia una questione meramente religiosa. Perché dietro c'è molto di più, qualcosa che, ovviamente, ha a che vedere con il conflitto reale scatenato il 22 febbraio dell'anno scorso da Vladimir Putin con l'invasione dell'Ucraina.

Ieri lo Sbu, il servizio segreto ucraino, ha fatto irruzione nel monastero. Ufficialmente per raccogliere prove a carico del metropolita, accusato di fomentare disordini su base religiosa e di sostenere l'aggressione russa all'Ucraina. Non è la prima volta, ma potrebbe essere una delle ultime, perché le autorità ucraine hanno ingiunto agli ultimi preti che vivono lì di andarsene ed è ormai chiaro che chi resisterà sarà cacciato a forza: appena tre giorni fa i religiosi fedeli a Mosca avevano sfidato l'ordine di evacuazione, vietando l'ingresso agli inviati del ministero della Cultura e ai giornalisti e scatenando violente zuffe. Intanto Pavlo ha lamentato pubblicamente il suo arresto, ottenendo dal Cremlino il massimo sostegno.

Sono anni che il monastero è al centro di una lite tra Mosca e Kiev. All'origine della complessa vicenda c'è l'inimicizia russo-ucraina, di cui la guerra in corso è soltanto l'ultimo capitolo. Bisogna sapere che i russi considerano Kiev l'antica culla della loro nazione (risale al 988 la conversione al cristianesimo del principe kievano Volodymyr), e che il regime nazionalista di Putin rifiuta l'idea stessa dell'esistenza di un popolo ucraino distinto da quello russo. Ma nella Kiev del XXI secolo, da un pezzo non la pensano più così. L'inimicizia tra russi e ucraini, resa profondissima dall'Holodomor, la strage voluta da Stalin nel 1932-33 di milioni di contadini ucraini ostili al comunismo, è divenuta plastica con l'indipendenza dell'Ucraina da Mosca nel dicembre 1991 e ha avuto come ricaduta in ambito religioso lo scisma avvenuto nel 2019 della Chiesa Ortodossa ucraina dal Patriarcato di Mosca che fino ad allora la controllava. Da allora questa Chiesa autocefala ha ufficialmente un proprio metropolita (riconosciuto dal capo spirituale di tutti gli ortodossi, il Patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo) e incarna la fedeltà a Kiev dei credenti ucraini in contrapposizione alla Russia e a tutto ciò che essa rappresenta.

Questo sviluppo è stato vissuto come un oltraggio non solo dal Patriarca moscovita Kirill (un innamorato del lusso al quale Pavlo, detto «Pasha Mercedes», molto somiglia) ma anche dal suo amico personale Putin, che fa della propria ostentata adesione ai principi dell'ortodossia un cardine della sua ideologia nazional-imperiale. Essi considerano l'indipendenza della Chiesa di Kiev da Mosca esattamente come quella della nazione ucraina da quella russa: un'inaccettabile ribellione da sanare a forza.

Ma, soprattutto da quando la Russia ha invaso l'Ucraina, la gran parte degli ucraini non tollera la presenza nel più sacro dei monasteri di Kiev di preti fedeli a Mosca, sospettati anche di spionaggio. Dal febbraio del '22 ne sono già stati arrestati una trentina. Il braccio di ferro continua.

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