M5s zitto sui soldi da Chavez. Ma solo il silenzio li unisce

Sul caso Venezuela interviene solo Di Maio: "Falsità". Conte isola la Appendino: troppo "ostile" verso i dem

M5s zitto sui soldi da Chavez. Ma solo il silenzio li unisce

Venezuela sì, ma dove? Nel M5s stavolta non ci sono fronde, fughe di notizie, parlamentari che straparlano off the records. Nessuno commenta, nessuno ha intenzione di commentare. Le dichiarazioni dell'ex 007 venezuelano Hugo Carvajal, meglio conosciuto come «El Pollo», sui presunti finanziamenti del regime chavista a una serie di partiti sparsi per il mondo, tra cui i grillini, non provocano i soliti smottamenti interni. Tutte le correnti sono d'accordo. La versione comune è che si tratta di una bugia, una falsità diffusa per complottare. Nel Movimento sono tutti concentrati sugli strascichi delle nomine della segreteria, un occhio al voto sui capigruppo di Camera e Senato, un altro al Quirinale. Dove rischia di materializzarsi davvero una fronda potenzialmente letale. Chi può, cambia discorso. «Ma del Venezuela non frega niente a nessuno», dicono i più pragmatici. Anche perché - secondo le notizie circolate l'anno scorso - sarebbe coinvolto il compianto Gianroberto Casaleggio. Mentre Davide, il figlio, se n'è già andato senza fare troppi complimenti a Giuseppe Conte. È una storia del passato, non serve ad alimentare le lotte di potere interne.

Presto spiegato il silenzio: i contiani non possono sfruttare la polemica per attaccare gli uomini più vicini a Beppe Grillo o a Luigi Di Maio e viceversa. Il Venezuela è inutile nelle faide di partito, perciò nessuno lo cavalca. Conte dà la sua solidarietà a Casaleggio durante l'assemblea dei parlamentari di giovedì, Beppe Grillo si limita a condividere sui social la lettera scritta dal presidente dell'Associazione Rousseau al presidente della Repubblica. Ieri si fa vivo Luigi Di Maio, ministro degli Esteri, ex capo politico. «Nessuno si permetta di infangare la memoria di Gianroberto», esordisce. Parla di «notizia falsa», di «una calunnia, se non fosse che il calunniato è una persona che non c'è più da 5 anni e non può difendersi». «Fa bene Davide a chiedere i danni», conclude Di Maio. Peccato che il Venezuela sia l'unico argomento su cui domina la concordia interna. Tengono banco i commenti sugli esclusi eccellenti dalla segreteria di Conte, Lucia Azzolina e Chiara Appendino. La prima punta a diventare capogruppo alla Camera, la seconda ha pagato il suo atteggiamento troppo ostile nei confronti del Pd a Torino. Fonti stellate di alto livello descrivono un presidente del M5s molto deluso e irritato dall'ostinazione di Appendino, che pure si era avvicinata all'ex premier, tanto che un suo ingresso nella squadra dei vicepresidenti era dato per scontato da molti. «Chiara ha detto di no, deve partorire a giorni», smorza le indiscrezioni un parlamentare. Però Conte non si fida più dell'ex sindaca. In vista del primo turno è stata lei a chiudere ogni porta al Pd del suo «nemico» Stefano Lo Russo. Al ballottaggio Appendino - nel migliore dei casi - ha invitato ad astenersi. Nessuna dichiarazione vaga «contro le destre», nemmeno l'ombra di un sostegno sottotraccia. Anzi, Marco Lavatelli, marito della pentastellata, ha detto chiaramente di votare per Paolo Damilano del centrodestra. La classica goccia che ha fatto traboccare il vaso.

Con la vittoria di Lo Russo che è stata percepita come il trionfo di un Pd fieramente anti-grillino. Conte ne ha tratto le conseguenze e ha depennato Appendino dalla lista dei suoi cinque vice. Dentro all'ultimo minuto l'outsider Michele Gubitosa, deputato irpino fedele all'avvocato.

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