Murgia e il matrimonio "queer". Un manifesto politico in bianco

Gli abiti della direttrice creativa di Dior, Maria Grazia Chiuri, celebrano l'establishment culturale di sinistra

Murgia e il matrimonio "queer". Un manifesto politico in bianco
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«I matrimoni si realizzano davanti al popolo, discutendo con esso sui motivi dell'unione. La donna avrà diritti uguali all'uomo. Il divorzio dovrà realizzarsi in tutti i casi in cui è dimostrata la mancanza di unità. L'amore si baserà sull'educazione all'altruismo e fiorirà splendidamente ovunque». Si tratta dell'articolo 23 delle tesi scritte nel 1972 dal movimento politico di estrema sinistra «Servire il popolo» per il Congresso di Fondazione del Partito Comunista (marxista-leninista) d'Italia. È trascorso mezzo secolo e un anno, ma chi ha buona memoria non dimentica un celebre matrimonio, sotto le bandiere rosse di «Servire il popolo» tra Renato Mannheimer e Barbara Pollastrini. Lui, poi, preferì farsi ricordare come sondaggista di Porta a Porta; lei, poi, preferì diventare ministro Pd del governo Prodi e poi moglie per davvero di un noto banchiere di una notissima banca. Lui e lei due grandi benemeriti: con quel matrimonio riuscirono in quello che non furono in grado di realizzare né le iniziative anticomuniste della Cia né la dissidenza degli intellettuali dell'Unione Sovietica: rendere il comunismo ridicolo.

L'istituzione matrimoniale è un bersaglio facile da colpire con tutto quel peso di tradizioni, ritualità, enfasi retorica: il matrimonio mi pare sia un evento che vaga tra il ridicolo e il patetico se non viene vissuto dagli sposi con un profondo e autentico sentimento religioso. In questa circostanza, alla carnevalata si sostituisce il decoroso pudore. Oppure il matrimonio diventa una strategia economica: allora l'esibizione degli sposi dipende dalla loro intelligenza e dalla quantità di soldi in ballo. Dal matrimonio comunista di «Servire il popolo» a quello queer di Michela Murgia è passato più di mezzo secolo ma non è cambiato niente. Molto belli gli abiti disegnati dalla direttrice creativa di Dior, Maria Grazia Chiuri, che sbiancavano la scena dello sposalizio Murgia; ma era altrettanto bella, festosa, allegra con tutte le bandiere rosse al vento, la cerimonia comunista del matrimonio Mannheimer-Pollastrini. Gli invitati della Murgia appartengono all'establishment culturale della sinistra di oggi, ma quelli di «Servire il popolo» facevano parte dell'empireo comunista. E poi la pubblicità dell'avvenimento: una scommessa su chi ha più pagine tre i due attempati comunisti e la giovane Murgia e il giovane Lorenzo Terenzi. Perfino le scritte sugli abiti sono le stesse: «God save the Queer» su quelli dei giovani; «Il comunismo trionferà» su quelli dei servitori del popolo. Queste ultime più fresche e avventurose rispetto alle altre che, in quell'inglese lingua del capitalismo globale, sono proprio kitsch.

D'altra parte non sono due matrimoni politici? La Murgia avrebbe detto: «La celebrazione della nostra idea di famiglia queer, che non esiste, sembra un'utopia, ma funziona da vent'anni». No, no: da molti più anni. L'idea di sentirsi rivoluzionari trasgredendo le regole dell'istituzione matrimoniale è vecchiotta. La Murgia avrebbe anche inneggiato alla «specialità meravigliosa di amare qualcuno in modo assolutamente libero, senza dipendere da nessun destino genetico». Viene ripreso l'articolo 23 di «Servire il popolo»; allora si voleva cambiare il mondo con un matrimonio comunista, oggi ci si accontenta di fare un matrimonio queer per dire agli altri che sono dei fessi omofobi. Comunque il marketing politico è lo stesso.

Murgia: «Vorrei rendere politico il nostro vissuto per mostrare che abbiamo trovato un altro modo per stare insieme». Già stato trovato, e furbescamente abbandonato. La storia è questa: un matrimonio ha reso ridicolo il comunismo; un matrimonio ha reso ridicola la famiglia queer.

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