"Neanche un vaccinato nelle terapie intensive, la battaglia la vinciamo"

Il virologo del San Raffaele ottimista sui dati "Se i no-vax resteranno sotto il 20%, è fatta"

"Neanche un vaccinato nelle terapie intensive, la battaglia la vinciamo"

Milano. Massimo Clementi, docente e direttore del laboratorio di virologia e microbiologia del San Raffaele, i dati lombardi attestano che ora, in terapia intensiva, ci sono solo persone non vaccinate. Chi si vaccina, dunque, non finisce in terapia intensiva.

«E molto raramente in ospedale. I vaccini, anche se in modo non assoluto, proteggono, fino al 95%, dalla malattia. L'infezione può attecchire ma la malattia molto difficilmente».

Si confermano le previsioni più ottimistiche?

«Tutti ci stiamo facendo un'esperienza su questo. Non è vero che procediamo sperimentando, ma certamente, questa infezione, alcuni elementi di novità li ha. La stiamo combattendo bene, come confermano questi dati, e altri che abbiamo. Stiamo vincendo una battaglia difficile».

La stiamo vincendo?

«Io sono molto ottimista. Se ci vacciniamo sì. L'aspetto più rilevante consiste nel fatto che, malgrado i vaccini siano stati progettati tenendo conto della sequenza del 2019, quella di Wuhan, proteggono dalle varianti più aggressive. La stessa Delta, nel nostro Paese, ha fatto salire inizialmente il numero dei ricoverati, poi rimasto stabile, ma non si è vista una ripresa come in altri Paesi che hanno attuato una strategia diversa. Dobbiamo essere soddisfatti per aver tenuto testa a questa variante più insidiosa e diffusibile».

Chi è vaccinato non si ammala ma può contagiare?

«Sì. La vaccinazione, avvenendo per via parenterale, non dà immunità nell'apparato respiratorio, il punto di ingresso del virus. Questa transitoria positività, questa possibilità di replica, fa sì che il soggetto vaccinato, a bassi titoli e per pochi giorni, sia comunque infettante. È possibile il virus possa albergare e trasmettersi. La vaccinazione non è sterilizzante. Ma protegge dalla malattia».

Scuole, cosa suggerisce?

«Quel che si sta facendo: andare avanti vaccinando il più possibile, anche ragazzi giovani, e quella quota, circa 2 milioni circa di over 50, che per diversi motivi non si sono vaccinati. Più riusciamo in queste due fasce più ci avvicineremo a un'immunità di popolazione che ci protegge. Al tempo stesso, visto che i primi, personale ospedaliero e anziani, sono stati vaccinati fra gennaio e marzo, e visto il decremento dell'immunità in 9-11 mesi, occorre iniziare i richiami con terza dose, importantissima, in grado di dare una protezione forte e di bloccare qualsiasi variante. Ce lo dicono gli israeliani con 2 milioni di terze dosi, un quinto degli abitanti».

Vedremo un decremento costante dei casi o un andamento «a ondate»?

«È impossibile che una pandemia scompaia dalla mattina alla sera come altre più piccole, come la Sars 1 del 2003. Lo scenario migliore prevede casi residuali e una convivenza con il virus, che diventerà uno dei tanti, fastidiosi agenti infettanti, senza darci troppe preoccupazioni. Al contrario, se questa fascia di non vaccinati resterà sopra il 20% è possibile che una qualche ripresa - attraverso la circolazione del virus - possa dare origine a nuove varianti. Io confido che si possa raggiungere un'immunità sempre maggiore. Anche alla luce di questi dati lombardi».

Si avverte un po' di stanchezza e una certa insofferenza nella popolazione.

«Comprensibile, ma ho visto dei ragazzi, che giocano a basket, che si sono tutti vaccinati per avere il green pass, e alcuni avevano i genitori non vaccinati e contrari. Lo considerano un valore. Quindi ci sono luci e ombre. Tanta gente è stanca, ma c'è voglia di chiudere la partita».

Terza dose: sarà l'ultima o avremo richiami annuali?

«Potrebbe essere quella definitiva ma è difficile fare previsioni. Potrebbe bastare, in ogni caso non sarebbe un gran danno, come il vaccino anti-influenzale».

La sanità italiana, in particolare quella lombarda, hanno tenuto o devono ripensarsi?

«Confrontandoci con gli

altri direi che, dopo forse un iniziale sbandamento, c'è stata una risposta importante, efficiente e adeguata. E l'organizzazione della campagna vaccinale, anche grazie al generale degli Alpini, ha marciato come doveva».

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