La partita (discreta) di Meloni. Il prossimo dossier è Regeni

L'incontro con al Sisi a novembre e la lunga trattativa sottotraccia con il Cairo. La svolta dopo i governi Pd-M5s

La partita (discreta) di Meloni. Il prossimo dossier è Regeni
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Il Pd e la sinistra faranno di tutto per nasconderlo, ma la grazia del presidente Abd al Fattah Al Sisi allo studente copto Patrick Zaki è il frutto del lavoro di Giorgia Meloni, del sottosegretario Alfredo Mantovano e del ministro degli Esteri Antonio Tajani. Tutto inizia a novembre quando l'opposizione non perde l'occasione di stigmatizzare la stretta di mano tra la Meloni e il presidente egiziano al Cop27, la Conferenza sul Clima di Sharm El Sheik.

Ma gli strali della sinistra - riecheggiati anche martedì quando si è diffusa la notizia della nuova condanna di Zaki - sono, già allora, tanto scorretti quanto impropri. Per Giorgia Meloni abbandonare al proprio destino uno studente copto, o - peggio - sacrificarlo sulla base di meri interessi economici, significherebbe rinnegare il proprio passato di paladina dei cristiani perseguitati. Anche volendo, del resto, non potrebbe farlo. Al suo fianco, sin dai quei primi giorni di governo, c'è l'influente sottosegretario Alfredo Mantovano, un politico, ma anche un uomo di fede, che nei sette anni precedenti il ritorno al governo ha presieduto «Aiuto alla Chiesa che Soffre», la fondazione pontificia responsabile dell'assistenza ai fedeli perseguitati. Peraltro chi conosce Mantovano sa l'attenzione con cui durante quel mandato si è occupato delle ingiustizie subite dalle minoranze copte. Le stesse ingiustizie di cui scriveva Patrick Zaki nell'articolo costatogli l'estenuante odissea giudiziaria.

Ma il terzo indiscusso protagonista di una mediazione sfociata dopo otto mesi nella grazia presidenziale è Antonio Tajani. Mentre Mantovano si occupava, in base alle sue deleghe, del lavoro della nostra intelligence sul fronte egiziano, il ministro degli Esteri coordinava l'altrettanto complessa tela tessuta dalla nostra diplomazia.

Gli echi di quel fitto lavorio contribuivano, sin da subito, a smorzare la drammaticità della sentenza pronunciata martedì dal tribunale di Mansura.

Tajani ricordava subito che il governo «segue, come sempre fatto, la vicenda». E rafforzava il tutto con un sarcastico «intelligenti pauca» (a chi capisce basta poco, ndr) indirizzato alle frettolose insinuazioni sull'assenza del governo avanzate dalla sinistra. A confermare le parole di Tajani contribuivano le indiscrezioni su un probabile ed imminente perdono presidenziale trapelate dai palazzi del Cairo. Tarek Elwady, componente del Comitato per la Grazia, confermava di aver ricevuto «risposte positive». E di «rassicurazioni sulla sorte del ricercatore» parlava anche Mohamad Abdelaziz, segretario del Comitato per i diritti umani del Parlamento egiziano. Indiscrezioni che nell'impermeabile regime di al-Sisi ben difficilmente potevano circolare senza il consenso presidenziale. Ma la svolta, è chiaro, non pioveva dal cielo. Dietro ad essa c'era il lavoro di un esecutivo Meloni che aveva saputo smarcarsi con decisione dai registri tanto ipocriti quanto ambigui adottati dai governi a guida Pd e Cinque Stelle. Esecutivi che - a partire da quelli targati Renzi e Gentiloni del caso Regeni fino al Conte Due - alternavano dichiarazioni sferzanti e spesso inutili nei confronti di Al Sisi accompagnate da una assoluta continuità sul piano economico e commerciale.

Una contraddizione il cui caso simbolo era stato la vendita e la consegna all'Egitto di due fregate Fremm costruite da Fincantieri. Un affare realizzato con il pieno consenso del governo Pd-M5S prima e di quello Draghi poi. Dissonanze cancellate da un governo Meloni che dopo la stretta di mano di Sharm El Sheik ha imposto, invece, la più assoluta discrezione sia alle trattative sul caso Zaki, sia a quelle sul caso Regeni.

Il tutto senza scordare gli interessi di Eni e Snam partner delle più importanti iniziative nel settore del gas egiziano e senza escludere l'Egitto da quei piani - cari alla Meloni - che puntano a trasformare l'Italia in un Hub energetico.

Un doppio e riservatissimo binario che - oltre a garantire la libertà di Zaki e gli interessi delle nostre imprese - potrebbe contribuire a chiudere in maniera più dignitosa il «vulnus» del caso Giulio Regeni restituendo alla famiglia e all'Italia qualche briciola di verità in più.

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