Quei sette anni da vittima della giustizia

​Luca Ruffino era persona ricca e dunque da leggere anche tra le righe di un'intelligenza e di un entusiasmo entrambi sopra la norma

Quei sette anni da vittima della giustizia
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Luca Ruffino era persona ricca e dunque da leggere anche tra le righe di un'intelligenza e di un entusiasmo entrambi sopra la norma. Curioso della vita e delle persone, in tutto questo gran mistero della morte si possono avere solo alcune certezze: che amava smodatamente, oltre alla famiglia e il suo lavoro di manager di successo, la politica e i giornali. Ma quelli di carta che sfogliava la mattina presto. «Leggere notizie ed essere protagonisti della notizia è come prendere il sole in Sardegna durante il mese di agosto e stare in costume da bagno in inverno sul ghiacciaio del Presena», scrisse dopo quei terribili 7 anni dell'inchiesta del 2012 che lo aveva triturato per le briciole di un finanziamento da 10mila euro alla campagna elettorale di FdI. Bruscolini per uno che proprio la passionaccia per la politica aveva portato a frequentare e aiutare un po' tutti nell'area del centrodestra dei cui principi era impregnato fin nelle ossa. Un macigno per lui che mai aveva dimenticato il servizio militare da ufficiale nell'Arma dei carabinieri di cui portava orgogliosamente il distintivo nell'asola della giacca. E i principi dentro il cuore oltre purtroppo alle pistole che custodiva in casa. Proprio per questo, alla fine di quel dramma vissuto con estrema angoscia, la pubblicazione dell'Incubo di un coglione, il diario della sua vicenda terminata con l'assoluzione in Cassazione. Sette anni «nel tritacarne mediatico dell'era Formigoni, durante i quali un'imputazione fantasiosa mi ha costretto alla vergogna», aveva detto al termine. Prima di elaborare il processo e riversarlo nel volume la cui dedica dopo i ringraziamenti «a tutti coloro che mi hanno creduto, che hanno creduto nella giustizia», si conclude con parole che a posteriori mettono i brividi della premonizione di una tragedia: «Dedico questo libro ai tanti, troppi giusti che non hanno retto il peso della vergogna». Ecco, per chi ne avrà voglia e soprattutto la buona volontà, piuttosto che in fantasiose malattie e depressioni, è forse qui che andrebbe cercato il senso o meglio il non senso di questa morte.

Le indagini accerteranno tutto quello che c'è da accertare, ma in quel richiamo alla giustizia e alla vergogna c'è molto del senso che sempre Luca Ruffino aveva dato alla sua vita. Sbagliando magari talvolta frequentazioni, lasciandosi tentare da richieste d'aiuto che forse andavano evitate, ma sempre in nome del suo grande amore: per la politica e per i giornali.

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