Quell'inchiesta su Amara persa nella nebbia di Milano. A Roma volevano arrestarlo

Quattro anni di indagini per partorire un topolino e parcheggiarlo in frigorifero.

Quell'inchiesta su Amara persa nella nebbia di Milano. A Roma volevano arrestarlo

Milano. Quattro anni di indagini per partorire un topolino e parcheggiarlo in frigorifero. Adesso che saltano fuori le carte, si può dire che è stata questa l'indagine condotta dalla Procura di Milano intorno alle rivelazioni di Pietro Amara, l'avvocato siciliano che ha parlato - insieme a molte altre cose - della fantomatica «Loggia Ungheria». A quattro anni dall'apertura del fascicolo e a un anno e mezzo dagli interrogatori di Amara, i termini di durata delle indagini preliminari sono ormai scaduti, non c'è traccia né di richiesta di archiviazione né di rinvio a giudizio. E ad Amara anziché l'accusa di calunnia viene contestato l'assai più blando reato di «induzione a non rendere dichiarazioni o a rendere dichiarazioni mendaci all'autorità giudiziaria», pena dai due anni in su.

Il fascicolo porta il numero 12333 del 2017 ed è assegnato al procuratore aggiunto Laura Pedio e al pm Paolo Storari. È in questo fascicolo che approdano le dichiarazioni che Amara rilascia ai due pm nel corso di quattro interrogatori resi tra il 18 novembre e il 16 dicembre del 2019. Il terzo verbale, 6 dicembre, è quello in cui si snocciolano i nomi dei soci di «Ungheria». Ma poi che cosa succede? La Procura chiede per due volte la proroga delle indagini preliminari per «la complessità della vicenda processuale per la quale sono necessari collegamenti investigativi con numerose attività estere». L'ultima volta lo fa l'8 luglio scorso, rivolgendosi al giudice preliminare Anna Magelli. Termine ultimo di indagini, l'11 febbraio 2021.

Da quel documento, si apprende chi sono gli indagati: ci sono tre indagati del circuito di Amara, accusati di avere fatto la cresta sulle tangenti Eni; un altro collaboratore di Amara, indagato per reimpiego di capitali illeciti; e lo stesso Amara, per quella accusa di induzione a mentire di cui si è detto. Nient'altro.

La domanda cui ora andrebbe trovata risposta è: passati oltre due mesi dalla fine delle indagini preliminari, che fine ha fatto il fascicolo bollente che porta il numero 12333? Non risulta che siano stati fatti degli stralci con nuovi indagati. E nemmeno risulta che sia stato tolto a Storari, il pm che si è ribellato a quello che viveva come un tentativo di insabbiamento. Eppure, visto il putiferio che si è scatenato intorno al fascicolo, qualche notizia sarebbe importante averla. Anche perché così la Procura generale di Milano potrebbe decidere se sia il caso di avocare l'inchiesta, sottraendola ai torpori e alle polemiche.

Invece il silenzio. Eppure il fascicolo era arrivato a Milano con tutte le premesse per diventare un caso eclatante. Si tratta infatti dell'inchiesta che il procuratore capo di Roma, Giuseppe Pignatone, sottrae nel marzo 2019 al pm Stefano Fava, che aveva già individuato in Amara un diffusore di calunnie, avanzando la richiesta di spedirlo in carcere. Pignatone blocca tutto, prende il fascicolo e lo trasmette per competenza alla Procura milanese. E qui, sei mesi dopo, quell'Amara che per Fava era un diffusore di veleni viene interrogato e messo in condizione di spargere ulteriori, inquietanti messaggi.

L'inchiesta di Storari esce allo scoperto solo in un'occasione, quando la Finanza esegue su delega del pm una serie di perquisizioni: ma il bersaglio sono un solo segmento delle dichiarazioni di Amara, quello sul complotto che in ambienti Eni

sarebbe stato ordito ai danni del pm milanese Fabio De Pasquale. Per legge, già allora il fascicolo avrebbe dovuto essere spedito a Brescia. Invece la Procura di Milano, chissà perché, se lo tiene. E da lì iniziano i guai.

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