Raúl lascia il partito: a Cuba finisce un'era (ma non la dittatura)

Oggi si dimette: sull'isola crescono la repressione e le proteste contro il successore Diaz Canel

Raúl lascia il partito: a Cuba finisce un'era (ma non la dittatura)

«Diaz-Canel singao, Diaz-Canel singao». Non era mai accaduto all'Avana che centinaia di persone riunite in strada urlassero slogan così duri contro un presidente della dittatura castrista. Già perché nel linguaggio urbano cubano «singao» significa «figlio di puttana», slang usato soprattutto dai giovani che, tra pandemia e inflazione alle stelle causata dalla riforma monetaria introdotta a inizio gennaio proprio da Diaz-Canel, ha impoverito più di quanto già non lo fosse el pueblo. Partiamo da questa rabbia popolare per capire cosa accadrà oggi all'Avana durante l'ottavo Congresso del Partito Comunista Cubano (Pcc), che ufficializzerà il pensionamento di Raúl Castro. È certo che il fratello meno carismatico di Fidel lascerà la guida del partito unico e delle forze armate, che sono poi quelle che gestiscono l'economia di Cuba. Il suo sostituto sarà, salvo sorprese, proprio quel Diaz-Canel che a inizio aprile una folla esasperata insultava. Un giovane per gli standard del regime cubano, ha 60 anni, e che nel 2019, quando fu nominato presidente, diede speranze di cambiamento a molti. Speranze andate deluse, posto che da allora lo slogan che lo stesso Diaz-Canel non si stanca mai di ripetere su Twitter è #somoscontinuidad che, tradotto, significa «Siamo continuità».

Che il quasi novantenne Raúl li compirà il 3 giugno - uscisse di scena era scontato, anche perché da oltre un anno lotta contro un tumore. Più difficile che Díaz-Canel cambi in senso democratico il regime Comunista del partito unico, almeno a breve termine. Per rendersene conto basta guardare alla repressione in aumento contro chi si oppone al regime, anche perché causa Covid-19 e povertà dilagante, la popolazione ha aumentato le proteste. Di contro, il regime ha aumentato la repressione. Duramente colpito, settimana scorsa, il movimento di artisti San Isidro colpevole di chiedere solo libertà di espressione, al pari dell'Unpacu, la maggiore organizzazione pro democrazia sull'isola, il cui stigma imperdonabile per la dittatura è di distribuire cibo e medicine ai tanti poveri dimenticati da «Diaz Canel singao», e di farlo senza il beneplacet del partito unico.

Proteste della società civile ignorate dalla maggior parte dei media, più portati all'analisi del fatto che da oggi non ci sarà più il nome Castro ai vertici della nomenklatura cubana. «Ma anche dalla delegazione dell'Unione europea all'Avana, che ignora la società civile anche se dichiara il contrario» hanno denunciato duramente ieri Christian Solidarity Worldwide, Freedom House, Civil Rights Defenders, Cadal, Demo Amlat, Cultura Democrática, Freemuse e Prisoners Defenders. Queste otto Ong internazionali hanno scritto una dura lettera di protesta al Commissario per la politica Estera Ue, Josep Borrell e al suo omologo per i Diritti Umani, Eamon Gilmore.

L'ultima volta che i vertici al gran completo del Pcc si erano riuniti era stato nell'aprile 2016, con Fidel ancora vivo e per «ricalibrare» il corso della rivoluzione dopo l'appeasement siglato l'anno prima con gli Stati Uniti. Un accordo annunciato in diretta tv da Obama e Raúl. Un tentativo frustrato da Trump, che durante il suo mandato ha cancellato tutte le aperture obamiane.

Adesso l'unica speranza di cambiamento, più che dall'uscita di scena di Raúl, arriva da Joe Biden, pressato da un numero crescente di esponenti del Partito Democratico per tornare alla distensione obamiana. Il problema è che ci vorrà tempo e el pueblo non ha tanta voglia di aspettare perché «Diaz-Canel singao» lo urla ormai un po' ovunque in strada.

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