Sessanta soldati del Califfo infiltrati nell'esercito belga

Sono di origini straniere, si sono radicalizzati in Europa. Volevano farsi destinare in Mali per unirsi alla jihad

Sessanta soldati del Califfo infiltrati nell'esercito belga

Avevano chiesto a più riprese di raggiungere il contingente belga in Mali, secondo il capo di Stato maggiore dell'esercito Deconinck «per fuggire e unirsi ai guerriglieri jihadisti, ma stiamo verificando». Un atteggiamento quantomeno ambiguo che ha fatto scattare l'allarme, fino alla frase choc pronunciata ieri dal ministro della Difesa Steven Vandeput: «Almeno 60 soldati sono sospettati di estremismo islamico. Sono stati identificati come musulmani radicalizzati. La libertà religiosa è un diritto fondamentale, ma in questo caso stiamo andando ben oltre». Le rivelazioni, confidate a un parlamentare e confermate al quotidiano Libre Belgique, scuotono il Belgio. Dalle affermazioni di Vandeput emerge infatti uno scenario inquietante che rafforza tutti i dubbi venuti a galla, soprattutto negli ultimi sei mesi, sul corretto funzionamento del sistema di sicurezza. Si parte dalla latitanza di quattro mesi di Salah Abdeslam, all'orgia nella stazione di polizia durante l'allarme terrorismo, fino ad arrivare al duplice attentato del 22 marzo scorso. Senza dimenticare le segnalazioni sottovalutate e le pochissime informazioni raccolte sul campo. Tutti elementi che hanno messo a nudo una realtà: l'intelligence belga ha fallito il suo compito ed è l'anello debole dell'Europa.

Il ministro Vandeput ha sottolineato l'intenzione di «coinvolgere il parlamento e adottare una strategia urgente», ma ciò non modifica la convinzione che i servizi non abbiano le risorse e soprattutto le capacità necessarie per combattere la minaccia jihadista, con effetto domino su Paesi limitrofi come Olanda, Francia e Germania. Dei 60 membri dell'esercito che hanno presentato comportamenti «anomali» ci sarebbero 55 soldati e 5 sottufficiali, quasi tutti di origini maghrebine, per lo più figli di immigrati del Marocco. Da ambienti vicini alle forze armate tra di loro figurano nove uomini originari del quartiere jihadista di Molenbeek, almeno sette di Schaerbeek (da dove era partito il commando per l'aeroporto di Zaventem), e cinque ex studenti di medicina dell'Università di Liegi. «Purtroppo un profilo ricorrente nei militari che alla fine si radicalizzano», denuncia il delegato del sindacato della Difesa belga Patrick Descy. Il funzionario spiega infatti che non si tratta di una novità assoluta: «Nel 2013 quattro soldati avevano sposato la causa del Califfato, andando a combattere in Siria», rivela. Due anni dopo uno di loro, Lofti Aoumer, apparve in un video in cui si minacciavano attentati in Francia e Belgio. Nel filmato invitava i musulmani «che non possono partire per l'Iraq e la Siria a portare avanti il jihad in Belgio». Come per altro accaduto a marzo. «I 60 militari attualmente monitorati possono rappresentare un pericolo proprio perché hanno ricevuto una formazione piuttosto accurata nell'esercito. Mi riferisco alla lettura delle mappe, all'uso e montaggio di armi e al lancio di granate», conclude Descy.

I jihadisti fanno leva anche sull'omertà della popolazione. Lo scorso giugno il ministro per le tematiche giovanili Rachid Madrane aveva istituito un numero verde per contrastare la lotta contro il radicalismo.

In quasi un anno sono arrivate soltanto 50 segnalazioni, nessuna delle quali giudicata utile per gli inquirenti. Il telefono, semmai, viene adoperato per far alzare la tensione: come il falso allarme bomba di ieri alla metropolitana di Charleroi che ha mandando in tilt la città della Vallonia per diverse ore.

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