Quando Bacon invase Mosca a colpi di arte senza censura

Il gallerista James Birch racconta come nel 1988 riuscì a portare il pittore a esporre nel cuore del potere sovietico

Quando Bacon invase Mosca a colpi di arte senza censura

Per capire bene cosa volesse dire «Cortina di ferro» (espressione di origine molto british, visto che la utilizzò per primo Winston Churchill), niente di meglio che una mostra di Francis Bacon. Quella apertasi alla Casa Centrale degli Artisti di Mosca il 22 settembre 1988.

A organizzarla fu il mercante d'arte e gallerista James Birch, che con l'aiuto di un atipico agente del Kgb, Sergej Klokov, riuscì, sfruttando le prime aperture della Perestrojka, a far compiere alle sulfuree tele del pittore di Dublino un incredibile viaggio. Birch stesso racconta questa surreale vicenda nel libro, pieno di fotografie d'epoca e con anche il catalogo delle opere in mostra, appena pubblicato dalle Edizioni e/o: Bacon a Mosca (pagg. 208, euro 27).

James Birch era nei primi anni Ottanta un giovane e brillante gallerista che voleva lanciare un gruppo di artisti neo naturisti, le cui performance erano considerate estreme persino a Londra. Una serie di coincidenze lo portano verso Parigi, dove conosce Sergej Klokov. Vestito di nero, con gli occhiali a specchio e una barbetta molto poco russa, Klokov, membro del Kgb per mestiere ma legato all'arte per storia familiare, spera di rompere gli schemi ormai anacronistici dell'arte sovietica. Porta Birch a Mosca per capire come si possa far aprire le porte intellettuali della Casa Centrale degli Artisti. I neo naturisti della galleria di Birch sarebbero assolutamente incomprensibili per un mondo sovietico che nel contemporaneo è rimasto indietro di cinquant'anni.

Però gli artisti russi più avveduti hanno capito la potenza di Francis Bacon, anche se magari hanno potuto vedere solo microscopiche immagini in bianco e nero su riviste semiclandestine. Inizia così un complesso lavorio per sfuggire a censure, organizzare una mostra e superare le perplessità dello stesso Bacon il quale, pur di mandare le sue opere «oltre cortina», per infrangerla, dovette sottoporsi a veti e controlli che venivano da un'altra epoca.

Il risultato è un libro che parla d'arte ma soprattutto svela due mondi che trovarono un modo di superare la loro incomunicabilità. Da un lato la Londra degli artisti che vivono nella massima libertà e fanno della creatività la loro principale aspirazione. È l'ambiente dove Birch si muove alla perfezione, lui che conosce Bacon sin da quando era bambino e intercetta lungo il suo cammino tutti i creativi che contano, dalla cantante Nico sino ad Andy Warhol, passando per Amanda Lear e il Chelsea Arts Club.

Dall'altro una Mosca che si avvicina a grandi passi alla decadenza e nei cui grandi alberghi deserti e nei ministeri dove non funziona nemmeno più la posta, se le lettere non vengono consegnate a mano, continua a dettar legge una burocrazia moribonda. Per un attimo sembrò che la forza dell'arte potesse riuscire a far pendere gli equilibri dal lato giusto, rompendo i muri sovietici verso la modernità. Ma sappiamo che è andata diversamente.

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