Quando i gol diventano capolavori

Franco Ordine

da Milano

«Ma che gol hai fatto?». Manuel Rui Costa, stregato come tutto il Milan e San Siro rossonero dalla magia di Riccardino Kakà, martedì notte è il primo a fargli quella domanda accademica che è una specie di complimento travestito da interrogativo. Un gol da pazzi, un gol d’altri tempi, un gol da mille e una notte che fa affiorare alla memoria collettiva altre prodezze balistiche, altri storici sigilli. «Un gol alla Maradona», comincia Ancelotti ed è soltanto il primo paragone inevitabile che insegue il protagonista, una specie di supplizio piacevolissimo da subire. Quel gol così bello come un quadro d’autore consente al Milan e ad Ancelotti, in particolare, di mettersi ancora in salvo al culmine del primo assalto stagionale alla coppa Campioni coinciso con una dichiarazione d’intenti impegnativa, «puntiamo ad andare a Parigi e tornare in finale», ma scandita da una prova non certo esaltante. Alla fine Kakà ha il merito duplice di finire in vetrina per 48 ore e di nascondere la spazzatura (l’1-1 maturato fino a 3 minuti dal gong, la prova scialba del secondo tempo, l’attacco mai ispirato, la solita fragilità difensiva contro una sola torre, Anelka) sotto il tappeto di Milanello.
«Ma che gol hai fatto?». La domanda di Rui Costa rimbalza da Milano a Manchester e piomba fino a Istanbul per spiegare l’incredibile sconfitta del Fenerbahce, rimasto in sella grazie al suo palleggio e al suo calcio geometrico, fino a pochi rintocchi dalla conclusione. «A me ricorda Zico», incalza Roberto Carlos che è un brasiliano col cuore in subbuglio a causa dell’incredibile castigo subito a Lione, in Francia, dal mitico Real Madrid. «Per me invece è Mazzola giovanissimo», rintuzza Facchetti, che è presidente dell’Inter ma anche diposto a riconoscere nelle movenze del bambino d’oro di San Paolo il notissimo Sandrino che mille trionfi addusse ai nerazzurri. «Forse è venuto il momento di dire basta ai paragoni: questo è Kakà, punto e basta», invita Paolo Maldini che è il capitano della truppa milanista e che ha nel suo passato una frequentazione con artisti celebri di ogni tipo, da Marco Van Basten a Roberto Baggio.
«Sicurezza e convinzione sono gli elementi nuovi in questa stagione di Kakà: quel tunnel a seguire fatto nel primo tempo è un capolavoro da non dimenticare», segnala Giovanni Lodetti che probabilmente offre la prima chiave di lettura del Kakà III. All’inizio fu uno stregone, poi si lasciò deprimere da qualche errore balistico e anche dall’esigenza di tornare a centrocampo a coprire i troppi buchi lasciati dal centrocampo a tre, adesso, all’alba della terza stagione, è uno che da solo o quasi tiene in piedi il gioco d’attacco di Ancelotti.
«Può vincere il Pallone d’oro» indovina Shevchenko che è il detentore attuale ed è quasi tentato dal dettare la successione alla dinastia speciale dei premiati in terra di Francia. «Io ci provo» gli risponde al volo Riccardino che adesso si sente meno pesante, non deve spiegare le sue pause e neanche i suoi errori di mira, conosce alla perfezione gli angoli più remoti della preparazione di Tognaccini e può presentarsi al via, con i muscoli levigati, il riposo accumulato, quei giorni consumati al mare con fidanzata e famiglia al seguito.

Kakà ha il passo del quattrocentista ma le movenze dello slalomista: se il piede è caldo e lo guida tra le pieghe della difesa turca che si apre come un cocomero dinanzi alla lama, allora la corsa da sinistra verso destra, impreziosita da due-tre dribbling calligrafici, diventa una specie di salto triplo nella gloria. Col destro che infila il portiere e mette il Milan (e Ancelotti) con il cuore nello zucchero. Ma fino a quando?

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