Quelli che ostacolavano l’esproprio della terra venivano internati

«Il comunismo è il potere sovietico più l’elettrificazione di tutto il Paese». Chissà se gli indiavolati che pestano troupe di giornalisti, spandono minacce di morte e insultano i carabinieri ricordano questa frase che dovrebbe appartenere al bagaglio politico dei più politicizzati tra loro. È un aforisma attribuito a Lenin, l’ideologo della rivoluzione d’Ottobre che, al contrario della ribellione anti-ferroviaria auspicata dagli estremisti di casa nostra, credeva fermamente nella necessità di portare il progresso anche nelle lande più desolate della Siberia.

Ma certo, la Val di Susa è un’altra cosa. Non serve sapere chi è Lenin per sfruttare l’occasione di sfogare la propria rabbia. E tra gli esaltati che già eleggono a martire Luca Abbà non molti saranno davvero interessati ad approfondire le motivazioni che lo hanno spinto a dedicare tutto sé stesso a resistere all’avanzata della Tav, fino al punto di arrampicarsi su un traliccio dell’alta tensione.
Abbà vive da diversi anni in quella valle, a Cels, dove si è rifugiato per coltivare il suo amore per la natura. Le sue terre si incrociano con l’area del cantiere, tanto che lunedì è stato espropriato di una parte del suo appezzamento, insieme ad altri 49 piccoli proprietari. Al trentasettenne leader della contestazione ricoverato in coma farmacologico al Cto di Torino (per fortuna per lui ci sono buone speranze) si deve il rispetto che va a chi vede in gioco la propria vita e la propria salute. Ma in Val di Susa si gioca una partita politica, e non ci si può trincerare dietro alla tragedia umana per spegnere ogni critica.

È del tutto comprensibile che Abbà non sia felice che gli portino via la casa. Ma che cos’è la sua lotta se non una difesa estrema della proprietà privata? E per di più una difesa contro «l’invadenza» dello Stato, che sta agendo per promuovere un «superiore interesse collettivo» riconosciuto da due Stati, quello francese e quello italiano. Entrambi hanno stabilito che realizzare l’opera è più importante di lasciare Abbà tranquillo a casa sua. A torto o a ragione, lo hanno fatto democraticamente. E va ricordato che l’esproprio si basa sull’articolo 42 della Costituzione, secondo cui «la proprietà privata può essere, nei casi preveduti dalla legge, e salvo indennizzo, espropriata per motivi d’interesse generale». È proprio l’articolo della Costituzione che il governo di centrodestra voleva abrogare, ritenendolo liberticida, andando incontro a un coro di proteste da sinistra.

La verità è che Abbà, nello Stato comunista auspicato da molti «ribelli» andati a menar le mani in Val di Susa, se si fosse opposto all’espropri rallentando la costruzione di un elettrodotto sarebbe stato messo a tacere, come avvenne nell’Urss ai kulaki, i piccoli proprietari terrieri, deportati nei gulag.

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