Da Saffo a Leopardi: così la Natura ci chiama

Giulio Ferroni ripercorre il rapporto tra l'uomo e il Creato attraverso i grandi autori letterari

Da Saffo a Leopardi: così la Natura ci chiama

Come tornare o ritornare alla natura, mentre siamo immersi in un mondo dominato dall'artificio, dalla tecnologia, da tutto ciò che è stato costruito e si costruisce, dalla solidità delle macchine e dall'evanescenza della virtualità? È vero peraltro (e lo abbiamo dimenticato) che, anche quando più ci allontaniamo dalla natura, continuiamo a esserne parte e a starci dentro: perché non c'è niente al di fuori di essa. L'artificio è sempre frutto della natura, risulta inevitabilmente dall'uso e dalla manipolazione della realtà naturale; ogni tecnologia si avvale di materiali estratti dallo spazio del pianeta e dalla sua atmosfera: ne produce trasformazioni e alterazioni. In fondo ci illudiamo, e l'illusione prende sempre più piede, di essere fuori della natura, mentre trasformandola e consumandola ci siamo sempre più dentro, con tutte le conseguenze minacciose che sono ormai all'ordine del giorno, con un'urgenza di cui la politica e l'economia non tengono davvero conto.

Si sa che la voce degli antichi ha variamente interrogato la natura e il punto di vista umano entro di essa, nel faticoso processo di presa di possesso dell'ambiente, di costruzione in esso di uno spazio civile e sociale. Questo sguardo alla natura si è dispiegato tra partecipazione ed estraneità, adesione al suo respiro vitale e percezione della sua alterità. Questo è l'effetto che ancora oggi ci sembra di sentire nel famoso frammento 168b V, di Saffo: «È tramontata la luna/ e le Pleiadi; nel mezzo/ è la notte; il tempo dilegua;/ io sola giaccio». Parole translucide e inafferrabili, precise e sfuggenti, che si affacciano sul silenzio dello spazio, sul movimento celeste e sul procedere del tempo: in esse l'adesione alla natura coincide con la percezione della sua distanza; come un'immagine del rapporto del soggetto con l'indecifrabile oggettività del mondo.

Se passiamo dalla lirica eolica al grande poema di Lucrezio, vediamo direttamente convergere lo splendore di una natura trionfalmente accogliente sotto il segno di Venere («te, dea, te fugiunt venti, te nubila caeli/ adventumque tuum, tibi suavis daedala tellus/ sumittit flores, tibi rident aequira ponti/ placatumque nitet diffuso lumine caelum», I, 6-9) e l'indagine sui limiti della presenza umana entro lo spazio naturale, mosso da una vicissitudine che trascina ogni cosa verso al rovina (anche le mura del vasto mondo, espugnate da ogni parte, crolleranno corrose in rovina: «Sic igitur magni quoque circum moenia mundi/ expugnata dabunt labem putrisque ruinas», II, 1144-45). Ma è vero che, rispetto a questo determinato rifiuto delle illusioni sulla realtà della condizione naturale, l'antichità ha ideato anche immagini ideali di natura umanizzata, come nella poesia pastorale, fragile sogno di di eden originario, separato dai turbini e dagli artifici della vita sociale.

L'avvento del Cristianesimo ricondusse il rapporto con la natura al piano divino del cosmo e alla destinazione ultraterrena dell'umanità: e nel cosiddetto Medioevo vennero a scontrarsi le più radicali negazioni della vita terrena con una opposta disponibilità ad aderire alla sostanza fisica e corporea del mondo. Un Cristianesimo di tipo creaturale ha trovato la più intensa e suggestiva espressione in Francesco d'Assisi e nel suo Cantico delle creature, il cui rilievo non a caso è stato riproposto in chiave ecologica proprio dal papa che per primo ha assunto il nome del santo. Per diversa via l'affermazione rinascimentale dell'eccellenza dell'uomo nel cosmo si collegò a un pieno riconoscimento della sua condizione naturale, sviluppata e complicata dalle filosofie naturalistiche, che sono state oggetto del formidabile studio e della passione di Nuccio Ordine, il mio allievo, che qui ricordo con doloroso rimpianto.

Ma se per tanti secoli l'alacrità del lavoro umano e delle tecniche messe in opera non aveva mai prodotto dirette alterazioni dello sfondo naturale, modificazioni distruttive dello spazio di vita, il primo manifestarsi di queste nel Settecento fece sorgere una nuova considerazione dell'ambiente naturale; si cercò in esso la suggestione di una purezza segreta e incontaminata. Dal sogno del ritorno alla natura scaturì la nozione moderna di paesaggio; si delineò un nuovo ideale di sanità e santità della natura, rifugio e promessa di possibile felicità, sempre più lontana dalla vita sociale. Sulle orme di Rousseau, Leopardi sentì il richiamo di una natura benigna, di cui ritrovava le tracce nell'antichità classica: e ne rovesciò poi l'immagine in quella di natura «matrigna», in totale e nemica estraneità al destino umano.

Ma, pur entro la sua visione così negativa, in molti dei suoi capolavori egli insiste a interrogare i luoghi naturali, la fascinazione del paesaggio, il modo in cui esso ritorna il ricordo, l'immagine e traccia di ciò che non è più o che non è mai stato (quante volte impiega il verbo tornare!). E così

sembra poter annunciare la possibilità di uno scambio umano in ciò e con ciò che umano non è, con quello che il pensiero designa come nulla. Così nel Canto notturno di un pastore errante dell'Asia, alla voce del pastore attribuisce illusorie ipotesi di umanizzazione dell'accadere naturale (tra le domande che rivolge alla luna, questa mi affascina in modo particolare: «Tu sai, tu certo, a qual suo dolce amore/ Rida la primavera,/ A chi giovi l'ardore, e che procacci/ Il verno co' suoi ghiacci»).

D'altra parte nel pensiero e nella poesia di Leopardi (fino al finale approdo de La ginestra, immagine della fragilità che resiste all'ostilità della natura) si disegna, anche per noi, l'esigenza di un umanesimo fragile, che sappia confrontarsi con l'alterità della natura e insieme con la fraternità per il vivente, col valore della vita non giustificata: un umanesimo che preferisco chiamare ambientale, che mette al centro l'uomo non per affermare un ideologico antropocentrismo, ma perché solo ad esso tocca la responsabilità della rovina e della salvezza. Responsabilità negativa, per aver agito sull'alterità della natura, utilizzandola come mero oggetto di sfruttamento, di violenta trasformazione, di consumo illimitato di energia, di spazio, di atmosfera, prospettando una finale distruzione della vita nell'ambiente, dello stesso genere umano. Responsabilità positiva, per la necessaria salvaguardia e protezione del vivente e di ciò che resta di esso, per la preservazione di un accettabile spazio di vita per le future generazioni, per la messa in opera di procedure estreme in grado di fermare il processo di distruzione che, malgrado gli avvertimenti della scienza e della natura, accompagnati da miriade di appelli e di iniziative, avanza indisturbato.

E non dimentichiamo che la scienza, qualunque tipo di scienza e tutte le tecniche che la accompagnano e che ne scaturiscono, procede sempre in rapporto con la natura, ritorna sempre in essa, entro le sue pieghe più interne (oggi sempre più interne ed oscure), e nello stesso tempo ne fa oggetto di un operare civile e sociale, che comunque la trasforma. Ma oggi questo trasformarla dovrebbe farla tornare a un equilibrio capace di sottrarla a una rovina di cui saremmo le prime vittime.

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