Uniti contro il bullismo. Legati da un unico scopo: proteggere e proteggersi da amici maneschi e troppo spesso violenti. Ieri gli alunni delle quinte classi del II circolo didattico di Anzio hanno partecipato al progetto «Bullismo come reato? Fermiamoci a pensare», proposto e in parte finanziato da Fulvio e Renata Scerbo.
I due sono i genitori di Francesco, morto a 14 anni per un gesto sciocco e imprevedibile da parte di un coetaneo. Un episodio avvenuto ad Anzio, che visto condannato il responsabile. Ma intanto Francesco non c'è più. E ieri i bambini hanno voluto ricordarlo con canzoni, balletti hip hop, cartelloni, poesie, temi, pensieri tutti per denunciare un fenomeno pericolosamente in crescita nella nostra regione.
La famiglia Scerbo, che sta creando una fondazione onlus «La casa di Francesco», ha deciso di coinvolgere le scuole elementari, medie e superiori frequentate dal figlio, al quale ieri è stata intitolata un'aula, in percorsi di formazione contro il bullismo.
«Bambini ricordate sempre il messaggio ricavato da questi mesi di lavoro, da cui avete ottenuto uno splendido risultato con le vostre maestre - ha detto commossa la mamma di Francesco -. Siete il nostro futuro e dovete impegnarvi per la legalità e la giustizia». All'incontro erano presenti anche il sindaco di Anzio Luciano Bruschini, molti amministratori comunali, il senatore Candido De Angelis, la dirigente scolastica Anna Maria Corso, e i parenti degli alunni.
La storia di Francesco rappresenta uno dei primi casi gravi di bullismo in Italia. La sua morte è avvenuta 14 anni fa per uno «scherzo» di un compagno. Era il 22 novembre 1995 quanto il ragazzo finì travolto da un convoglio sulla linea Nettuno-Roma. Lui e Fabio erano quasi coetanei e frequentavano lo stesso istituto superiore, dove erano iniziate le angherie. Mentre rientravano a scuola in treno come ogni giorno, Fabio aveva cercato di non far scendere l'altro giovane alla sua fermata. Ma non ci riuscì. Lo chiamò allora dal finestrino, tendendogli la mano. Un gesto che Francesco recepì come un tentativo di riappacificazione. Ma Fabio lo trattenne, anche quando il treno si rimise in moto e lo lasciò solo quando la velocità divenne così elevata da non poter più reggere la stretta.
Francesco finì così la sua breve vita stritolato dal convoglio. Il compagno, invece, è stato condannato a due anni e otto mesi, con la condizionale, dal Tribunale dei minori di Roma per omicidio come conseguenza non voluta di altro reato, ovvero violenza privata. Due anni fa, invece, il Tribunale civile di Velletri-Anzio ha riconosciuto «la concorrente responsabilità» di Fabio, dei suoi genitori e di Trenitalia, nel causare l'incidente.
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