Settant'anni finiva a Stalingrado il sogno nazista di conquistare il mondo

Il 2 febbraio 1943 cessavano le ostilità davanti alla città, che avevano coinvolto 3 milioni e 300mila soldati tedeschi, italiani, romeni, ungheresi e sovietici, due terzi dei quali non fecero più ritorno a casa. Da qui partì la controffensiva russa che si concluse due anni dopo a Berlino.

Il 2 febbraio di settant'anni fa il feldmaresciallo tedesco Von Paulus, catturato due giorni prima dai nemici, alzò bandiera bianca e si arrese al suo pari grado Zukov ponendo fine all'immane tragedia della battaglia di Stalingrado. Uno scontro che avrebbe segnato i destini della seconda guerra mondiale, portando due anni dopo alla resa senza condizione della Germania nazista e al suicidio di Hitler. Un estenuante corpo a corpo durato sei mesi che vide impegnati sui due fronti 3 milioni e 300mila militari, due terzi dei quali furono feriti o uccisi, senza considerare le perdite civili.
Da allora la città, oggi Volgograd, entrò nella storia come sinonimo si sofferenza, di eroismo e anche di errori strategici dovuti al continuo intervento dei due dittatori, Adolf Hitler da una parte, Stalin dall'altra. Ma anche nella letteratura: innumerevoli furono i libri, i saggi, ma anche i film sulla grande epopea, soprattutto da parte sovietica. La battaglia fu punto di non ritorno della «Operazione Barbarossa» denominazione in codice per l'invasione dell'Unione Sovietica iniziata il 22 giugno del 1941. Un'avanzata folgorante che portò alla distruzione delle armate sovietiche di fronte al rullo compressore della macchina militare tedesca. Alla fine di ottobre la Wehrmacht era ormai a poche decine di chilometri da Mosca, ma l'onda d'urto di arrestò di fronte alla disperata resistenza sovietica e, dopo due assalti andati a vuoto, il 5 dicembre partì il contrattacco sovietico. La battaglia lasciò sul terreno 350mila tedeschi e un milione di russi, tra morti, feriti, prigionieri e dispersi. Contemporaneamente si stava consumando un'altra carneficina davanti Leningrado, un assedio durato oltre due anni, dall'8 settembre 1941 al 27 gennaio 1944. Lo scontro si concluse con la vittoria dei sovietici che lasciarono però sul campo oltre un milione 300mila militari, morti e dispersi, mentre i nazisti contarono perdite per mezzo milione.
Due terribili massacri superati nella terza grande battaglia condotta dai nazisti per conquistare un importante città sovietica: Stalingrado. Il 5 aprile 1942 Hitler lanciava l'«Operazione Blu» un'offensiva che avrebbe impegnato oltre 1 milione di tedeschi e 600mila tra alpini italiani e truppe romene e ungheresi. Lo scopo era di conquistare i bacini del Don e del Volga, mettere fuori causa le importanti industrie di Stalingrado (nodo di comunicazioni ferroviarie e fluviali e centro produttivo meccanico importantissimo) e quindi puntare ai pozzi petroliferi del Caucaso. Per lo stesso motivo Stalin considerò di altrettanto vitale importanza la difesa della città.
Le operazioni iniziarono il 17 luglio 1942 quando le avanguardie delle armate di Friedrich Wilhelm Von Paulus entrarono in contatto con le prime unità sovietiche nella grande ansa del Don. Poi fu sofferenza allo stato puro. Milioni di uomini cercarono per sei mesi di sopraffarsi, nel duro inverno russo. Una carneficina senza fine anche per gli errori strategici, soprattutto da parte dei sovietici fino a quando Stalin inviò sul campo di battaglia Georgij Konstantinovic Zukov. I combattimenti feroci proseguirono nel duro inverno sovietico tra le macerie della città semidistrutta e a gennaio era già chiaro come le forze dell'Asse non avessero alcuna probabilità di vincere. Von Paulus chiese più volte a Hitler il permesso di sganciare, e quindi salvare, la sua VI Armata. Ricevendo sempre da Berlino un solo ordine: «Vincere o morire». E infatti i tedeschi morirono, decimati dai combattimenti, dal freddo, dalla fame, dagli stenti. Fino a quando il 31 gennaio Von Paulus venne catturato e decise la resa di propria iniziativa. Ai russi che continuavano a chiamarlo generale si limitò a precisare: «Scusatemi, ma ieri ho ricevuto una nota che mi annunciava la promozione a feldmaresciallo». Il 2 febbraio 1943 si arrese ufficialmente a Zukov, ponendo fine a una carneficina che aveva lasciato sul campo oltre 1 milione di perdite tra morti, dispersi e prigionieri, pochissimi dei quali fecero ritorno a casa. Dall'altra parte i sovietici lamentarono mezzo milione di morti e dispersi e oltre 650mila feriti. Impossibile calcolare le perdite civili che furono comunque altrettanto immani: alla fine della battaglia in città erano rimasti poco meno di 10mila abitanti. E Volgograd ha ora un milione di abitanti.
Von Paulus durante la prigionia divenne poi la voce del «Comitato nazionale per la Germania Libera», per invitare i soldati tedeschi ad arrendersi, e poi testimone d'accusa al processo di Norimberga. Venne rilasciato dai russi nel 1953 e si stabilì a Dresda, nella Germania Est, dove morì, il 1° febbraio del 1957. Zukov invece, uno tra i migliori generali della Seconda guerra mondiale, per «non aver mai perduto una battaglia», aveva invece continuato a guidare le forze armate sovietiche con una popolarità sempre crescente. Già prima di Stalingrado aveva organizzato la difesa proprio di Leningrado e Mosca, diventando per i suoi soldati «Spasitél», il «Salvatore» ma anche «Ariete», «Uragano», «Invincibile». Nella primavera del 1945 entrò a Berlino ottenendo l'8 maggio la resa della Germania Nazista. In sella a un cavallo bianco fu protagonista dei festeggiamenti per la vittoria nella piazza Rossa di Mosca. Con l'aureola dell'eroe nel 1955 raggiunse l'apice della sua carriera con la nomina a ministro della Difesa. E subito dopo cadde in disgrazia. Fu accusato dal primo segretario del Partito comunista Nikita Sergeevic Cruscev di «Culto della personalità e tendenza all'avventurismo, che apre la strada al bonapartismo» e costretto a fare pubblicamente autocritica sulla Pravda.

Visse quindi lontano dalla vita pubblica fino al 9 maggio 1965 quando, per il ventesimo anniversario della vittoria, fu invitato ad un banchetto al Cremlino da Leonid Breznev. Dopo quest'avvenimento, pur essendo stato riabilitato ufficialmente, non ricomparve più in pubblico fino alla sua morte il 18 giugno 1974.

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