Caro editore, per vendere fai eventi e gossip. Lo diceva già Bernard Grasset 70 anni fa

Il fondatore della grande casa francese traccia le linee del marketing

L'unico autore buono è l'autore morto, dice fra i denti la gran parte degli editori, a volte anche facendosi sentire. Da morto, non rompe più i maroni col suo egocentrismo da fragile di mente, e magari si rivela anche un buon investimento. Il libro è oggi un settore merceologico a sé, pur variamente abbinato alla gadgettistica da borsetta e alla ristorazione da autogrill. Ma un autore fisico non biologicamente estinto da qualche parte lo si può pur sempre trovare.

A leggere la lunga missiva che il francese Bernard Grasset, uno dei padri dell'editoria moderna, inviò nel 1951 all'amico André Gillon, uscita ora in un libretto di 32 pagine per Luni Editrice, (euro 8), intitolato Del successo in libreria, si capisce quanto l'uomo ci avesse visto lungo, perlomeno riguardo al genere romanzo, alla sua potenziale diffusione, alla sua amplificazione commerciale. E in questo c'entrava molto anche il rapporto personale con gli scrittori che facevano parte, come già si soleva dire, della «sua scuderia». Nel modo più banale, il successo è attribuito a se stessi, l'insuccesso agli altri. Però, e per quanto un autore si gonfi come una rana, se un libro va bene, vende e magari è anche amato dalla critica (succede raramente, ma succede), il merito è in gran parte di chi l'ha promosso o, come si dice, «lanciato». Se nessuno ti lancia, caro autore, finisci subito col muso a terra, e al massimo ti consolerai con i contemporanei che non ti hanno capito, ti aggrapperai al pensiero magico della gloria postuma. Ma una casa editrice è, oggi più che mai, un'azienda che deve vendere e Grasset, che l'aveva capito, cerca un sistema efficace: «Creare un avvenimento, stimolare la curiosità e il bisogno». Prima della Grande guerra, rievoca nella missiva, si pensava che i fatti letterari non interessassero al grande pubblico. I giornali invece contavano milioni di lettori. Si trattava di trasportare sulle loro pagine informazioni che riguardassero il mondo delle Lettere, a costo di trasformare gli scrittori stessi in personaggi da pettegolezzo. Di «trasformare la letteratura in un oggetto di curiosità per il grande pubblico».

Sono idee di marketing, in fondo. In queste poche pagine Grasset spiega, meglio di quanto facciano certi ponderosi saggi destinati agli studenti che post lauream si specializzano in Editoria, come si costruisce un «avvenimento» (oggi si direbbe «evento») e come si procede al «lancio» di opera e autore dell'opera. Intanto, andava reso chiaro che il possesso, l'esposizione e perfino l'ostentazione dei libri erano (e lo sono ancora oggi, anche se in modo diverso, appiattito sulle modalità social) l'espressione di uno status, allora ascrivibile a classi desiderose di ascesa sociale, e dunque snob. Già in quegli anni, il cinismo come arma di conquista poteva funzionare. Al lancio di un'opera, secondo Grasset, giova molto «che essa sia edita in una collana ricercata, che l'autore abbia sedici anni o sia sordomuto, oppure infine che sia in costante litigio con la moglie». Ecco allora che all'abbrivio di Raymond Radiguet e del suo Il diavolo in corpo (1921) contribuì anche la giovane età dell'autore.

Altra fondamentale intuizione di Grasset: non esiste pubblicità negativa. Quando, nonostante il sostegno di Jean Cocteau, la critica levò scudi di perplessità sul fatto che un adolescente potesse saper scrivere un romanzo, l'editore rispose comprando spazi per sostenere che Radiguet aveva già raggiunto la gloria, il che in parte era vero: il pubblico notò le inserzioni pubblicitarie più di quanto avesse letto le stroncature. La cronaca conta più del valore intrinseco di un lavoro. Si può forse dire che Grasset abbia costruito un sistema. Il trucco funzionava, e funzionò con Marcel Jouhandeau e il suo inquieto matrimonio. Per André Mauriac ci volle invece un lavoro di anni. In effetti oggi le biografie dei principali autori sono in genere poco avvincenti, se non burocratiche. Costoro perlopiù passano il tempo a cena con degli assessori o a pranzo coi funzionari editoriali, anch'essi dalle vite irrimediabilmente piatte. Perciò si arranca alla ricerca del fenomeno, del malato terminale, perfino del già deceduto (è possibile che neppure gli eredi si siano accorti di lui e che non si palesino neppure a rivendicare i diritti).

Non diciamo (leggetelo) che cosa sostiene Grasset dei premi letterari e di come

sfruttarli. Niente a che fare con la qualità, comunque, e gli editori sono i primi a saperlo. Oggi più che mai, quando anche i loro esili guizzi di mondanità si spengono come candeline nell'alito stantio delle piccole beghe.

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