Al cinema The Arch, un viaggio nella mente di architetti illuminati

Intervistando guru dell’architettura e visitando le loro opere sparse per il mondo, si compie un percorso di grande bellezza e profondità, alla ricerca di un tempo futuro che non sia perduto

Al cinema The Arch, un viaggio nella mente di architetti illuminati

Al cinema è disponibile da ieri e per altri due giorni The Arch, opera d’esordio di Alessandra Stefani. Un’uscita evento di cui godere ora o, in ogni caso, un titolo da appuntarsi e da recuperare con calma in streaming quando arriverà su una delle note piattaforme.

Documentario d’inchiesta su architettura e dintorni (esistenziali e futuristici), è girato alla maniera di un road movie e, fin dal titolo, gioca con l’ibridazione di significati. The Arch è infatti l’architetto protagonista che si confronterà con nove tra i suoi più illustri colleghi in giro per il mondo ma anche altro. Il termine suggerisce infatti una struttura simbolica con la quale, in quanto esseri umani, veniamo scoccati nel futuro, oltre che un ponte collegante punti lontanissimi tra loro (in senso spaziale, temporale e tematico). Infine, come si evince tra le righe in itinere, potrebbe alludere al Grande Architetto divino. In ogni caso, nei 104 minuti di “The Arch” si respira un’intelligenza che confina da un lato con la competenza professionale e dall’altro con aneliti di natura spirituale.

Da spettatori siamo accompagnati in un iter di variegata bellezza, alla scoperta di alcuni tra gli edifici più avveniristici della nostra epoca. Veniamo edotti circa la genesi di grandi opere come le costruzioni high-tech di Seoul, la nuova università di Sydney, l’edificio più alto di Pechino e così via. Ma quelle, assieme alla maestosità imperitura della Grande Muraglia e dei siti Maya, sono solo una parte dell’itinerario. Pensare, infatti, che questo lungometraggio costituisca una semplice ricerca nell’eccellenza mondiale, passata e presente, dell’architettura, sarebbe fuorviante. Unendo passato e presente, oriente e occidente, terra e cielo, “The Arch” parla di costruzioni sognate, progettate e create dall’uomo ma è soprattutto una riflessione visiva, etica e sensoriale sul nostro destino individuale e collettivo.

Dada, l’architetto italiano dall’affettazione un po’ dandy che si presta a condurre lo spettatore attraverso varie tappe di natura geografica e non, è un Virgilio dei giorni nostri che, novello attore, sentenzia: “Il viaggio apre orizzonti mentali, ci interroga, funziona solo se accettiamo di allontanarci da noi stessi, dai luoghi in cui ci sentiamo al sicuro. In questo viaggio le idee degli architetti sono mappe di uno spazio interiore, il disegno di una città ideale, il luogo che verrà”. La scrittura di Alessandra Stefani, Riccardo Romani e Roberto Farneti dona alla voce fuori campo dell'uomo un estro delicato e pieno di luce. Il linguaggio è infatti in parte aulico ma sempre a portata di comprensione, come se fosse una mano tesa, atta ad alleviarci la fatica di salire verso l’alto. L’archetipo del viaggio dell’eroe è rivisitato e attualizzato con grazia e profondità, ma anche a colpi di dettagli ironici: il nostro Dada, infatti, armato di smoking (da invitato privilegiato al ballo della vita) e occhialini (da nuoto, da sole o da aviazione non è dato capirlo, di proposito) si ritrova in un istante a materializzarsi in luoghi agli antipodi tra loro, al cospetto di “grandi saggi” in grado di profetizzare il futuro di un’architettura che è sì sapere tecnico ma che profuma di magico, in quanto in grado di plasmare il domani.

Le domande che vengono poste a questi avanguardisti della progettazione dischiudono nuove prospettive e creano sempre più fertili quesiti. A un certo punto ci si rende conto che non si sta parlando più soltanto di edifici e che termini come longevità e sostenibilità non suonano declinati in senso prettamente architettonico. “Tutto può essere reinventato, a cominciare dalle nostre vite” viene detto a metà girato. L’idea quindi di armonizzare il confort psicologico tipicamente orientale e la funzionalità occidentale è solo il primo di tanti suggerimenti per la ricostruzione interiore dell’essere umano. Si parla di progressi strutturali, di innovazione che poggia su radici antiche, di responsabilità e di ricerca del benessere. Tutto quello che viene pronunciato da questi demiurghi scorre su due binari interpretativi, perché relativo ai progetti architettonici ma anche foriero di una valenza ulteriore, se solo entriamo nell’ottica che “The Arch” sia ad un tempo un’opera materica e spirituale.

“Guarda, ascolta, immagina” e “sogna, progetta, realizza” sono alcuni diktat che si ascoltano durante un film che, partendo dall’idea che un edificio sia un collettore di destini, ci porta in giro prima fuori di noi, nel mondo, e poi dentro di noi, invogliandoci a integrare le due dimensioni.

“The Arch” ha anche dei momenti di stanca, perde ad esempio la presa sullo spettatore proprio nella parte deputata all’intervista, a mezzo videochiamata, con l’esponente italiano del tour sapienziale; ma di sicuro resta un’esperienza vivificante.

Che si alluda al viaggio esistenziale e al significato più profondo della vita si ha certezza nel finale: spogliato dalla veste di cosmopolita di lusso, il nostro avatar filmico torna alla connessione con la nuda terra, la vera casa.

In sostanza, quindi, “The Arch” si traveste da affascinante divertissement per gli amanti dell’architettura o addetti di tale settore, ma in

realtà ha una gittata ben più ampia. È un’indagine alla ricerca di “materiali” e “leggi” su cui fondare la costruzione di una nuova antropologia, il cui pilastro portante sarà la consapevolezza individuale.

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