Harukichi Shimoi, il poeta samurai che si fece Ardito

Torna, arricchito di lettere e testi rari, il diario di guerra del giapponese

Harukichi Shimoi, il poeta samurai che si fece Ardito

Harukichi Shimoi ebbe una vita così straordinaria e compì tante e tali imprese, militari e culturali, ma del tutto controcorrente rispetto al proprio tempo, che non c'è da stupirsi sia rimasto dimenticato nelle pieghe della grande Storia, con la «S» maiuscola. La sua biografia, di tanto in tanto, torna in pagina, su qualche giornale, con qualche pretesto. Oggi, invece, c'è una vera occasione. L'uscita di un libro che è un documento storico e letterario: Harukichi Shimoi, Un samurai a Fiume (Oaks editore, pagg. 302, euro 20; a cura di Guido Andrea Pautasso).

Un samurai? E cosa ci faceva a Fiume?

Ecco la storia, con la «s» minuscola. Harukichi Shimoi nacque nel 1883, nel sud del Giappone, in un villaggio vicino Fukuoka, quarto figlio di un samurai. Fu, insieme, poeta e guerriero. Innamorato - fin dal lontano Oriente - del nostro Paese, ci arrivò appena poté. Aveva 32 anni. Sbarcò a Napoli, dove fece due cose. Studiò Dante nella nostra lingua e insegnò la propria all'Istituto Orientale. Tradusse in italiano le prime poesie moderne giapponesi, collaborò a riviste letterarie d'avanguardia come La Diana e frequentò gli intellettuali: Gherardo Marone, Giuseppe Ungaretti, Elpidio Jenco e Benedetto Croce. Poi il secolo prese a correre. E lui lo rincorse.

Shimoi è così innamorato dell'Italia da farne la propria patria. E nel 1917, durante la Grande guerra - katana fra i denti e endecasillabi in testa - segue il conflitto da corrispondente del giornale Asahi Shinbun arruolandosi volontario nelle truppe scelte, gli Arditi. Combatte sul fronte dell'Isonzo, insegna il karate ai propri commilitoni (cosa già di per sé incredibile) e dimostra persino di essere un eroe. Salva la vita a un soldato italiano, e quando il fante - incredulo davanti a un Ardito basso, massiccio e dagli occhi a mandorla - gli chiede: «Ma tu chi sei?», risponde: «Un giapponese che ama la sua Patria, come te».

Non ricevette alcuna onorificenza, naturalmente (Ernest Hemingway, invece, anche lui straniero, fu decorato con la Medaglia d'argento al Valor militare), ma raccontò le sue imprese in un pugno di lettere che diventano un opuscoletto, La guerra italiana (impressioni di un giapponese), uscito per le edizioni Diana nel 1919 e poi dimenticato, anche dagli storici. Oggi però c'è un buon motivo per ricordarlo. Un samurai a Fiume non solo contiene il breve testo di Harukichi Shimoi sulla guerra in trincea, ma grazie a un aggiornatissimo saggio di Guido Andrea Pautasso e un ricco apparato documentale (lettere di Gabriele d'Annunzio e di protagonisti dell'avventura di Fiume, manifesti programmatici, discorsi del Vate, di Marinetti, e rari testi di Leone Kochnitzky, Elpidio Jenco, Gherardo Marone...) ridisegna il momento e lo spirito in cui il samurai-intellettuale pensò, scrisse e combatté.

Al fronte Harukichi Shimoi incontrò d'Annunzio, con lui progettò di compiere l'audace raid aereo Roma-Tokyo (portato a termine tra il febbraio e il maggio 1920 da Arturo Ferrarin) e poi seguì il Vate a Fiume, svolgendo la funzione di ufficiale di collegamento tra i legionari e Benito Mussolini, di cui divenne amico e confidente. Dopo, con l'avvento del fascismo, Shimoi fu profeta del mussolinismo e della rivoluzione fascista in Giappone - continuerà a fare la spola tra l'Italia e il Sol Levante - ipotizzando di dare vita a una forma di fascismo imperiale differente rispetto a quello italiano. E soprattutto riconducibile a una rivoluzione spirituale dell'individuo, ancor prima che politica. Intanto in patria eresse perfino un «tempio» in onore di Dante Alighieri, costruendo la più grande biblioteca dantesca in Oriente. Rasa al suolo dai bombardamenti degli aerei americani.

Finita la Seconda guerra mondiale, Shimoi fu accusato di propaganda in favore dell'Asse e negli anni Cinquanta, quando incontrò Indro Montanelli per un'intervista, gli confessò di essere fiero delle scelte fatte in passato e inveì (in perfetto napoletano) contro un giornalista americano presente all'incontro, esprimendo il rancore maturato nei confronti del popolo che aveva distrutto il Giappone e che lo voleva relegare nel limbo dei fascisti maledetti.

Come accadde per Ezra Pound, Shimoi fu fatto passare per pazzo. In tutta risposta, Shimoi dal Giappone, dichiarò: «E se per questo mi vogliono epurare, mi epurino pure. Io ccà sto!». Lì, dimenticato, in effetti rimase. Da lì, per rileggerlo, ora si potrebbe togliere.

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