Malagiustizia e falsi scoop sotto accusa

"Truth" e "Thomas Quick" indagano su qaunti danni può fare un'chiesta sbagliata

Malagiustizia e falsi scoop sotto accusa

Roma Politica, informazione e giustizia. L'intreccio di rapporti - stretti e difficili, delicati e spesso ambigui-, tra questi tre poteri è al centro della Festa del cinema di Roma, che si apre venerdì nella capitale. «E c'è una forte domanda etica - spiega il direttore artistico Antonio Monda - che tutti dovremmo porci, su quante vittime collaterali possiamo accettare per il successo professionale».

Un grande tema che si riassume in una parola sola: verità. Come Truth, il titolo del primo film scritto e diretto dallo sceneggiatore statunitense James Vanderbilt, con le star Cate Blanchett e Robert Redford, scelto per l'apertura della manifestazione. E che viene posto anche da The confessions of Thomas Quick , docufilm del regista britannico Brian Hill in programma dal 20 ottobre, sul vero caso di un falso serial killer, che ha clamoros amente disastrato la giustizia svedese.

C'è un filo rosso che lega le due opere e pone un fondamentale interrogativo , in questa edizione della Festa, che fino al 24 punta su 37 film di qualità, senza sacrificare il glamour con ospiti come Monica Bellucci e Paolo Sorrentino, Jude Law ed Ellen Page. «Un problema che appare di grande attualità - sottolinea Monda-, ma in realtà è eterno, quello che riguarda giornalismo, potere e giustizia».

Basato sul libro della produttrice della CBS Mary Mapes Truth and Duty: The Press, The President, and the Privilege of Power , il film in uscita sugli schermi americani il 16 ottobre e su quelli italiani il 5 gennaio tratta vicende e retroscena del controverso caso «Rathergate», sui presunti favoritismi a George W. Bush per andare alla Guardia Nazionale evitando la guerra in Vietnam. Il programma lo denunciò durante la campagna di rielezione di Bush e costò il licenziamento della Mapes (Blanchett, nel film) e le dimissioni, pochi mesi dopo, del leggendario anchor man Dan Rather (Redford).

«Vedo tre piani di lettura del film - dice Monda-. Il primo, più evidente, riguarda appunto i rapporti tra politica e stampa. Il secondo, per me più importante, invita a riflettere su quando finisce l'informazione e inizia la faziosità, su quando l'odio politico prevale sulla notizia. Il terzo è forse il più delicato, perché interroga sul fatto che uno scoop può lasciare sulla strada tante vittime collaterali. Abbiamo visto molti film su informazione e potere, ma Truth ha qualcosa di nuovo . Affronta il tema in modo approfondito e articolato, non mette da una parte i buoni e dall'altra i cattivi, mostra le ambiguità che ci sono».

Il docufilm del regista pluripremiato Hill completa il quadro, mettendo sotto osservazione anche la giustizia e in uno dei Paesi europei considerati i più avanzati. La storia (vera) è un pugno nello stomaco sugli errori giudiziari, uno sconvolgente atto d'accusa su come poliziotti, magistrati e giornalisti costruiscono un mostro, il più prolifico serial killer della Scandinavia, e tenacemente insistono sulla loro strada per molto tempo, ignorando ogni prova di una verità opposta. Tutto nasce dalla confessione del paziente di una clinica psichiatrica svedese, Thomas Quick alias Sture Bergwall , che negli anni '90 in una seduta di terapia si autoaccusa dell'uccisione e dello stupro di un ragazzino undicenne. E in un periodo di 10-15 anni, di altri 39 omicidi. Per 8 di questi viene condannato, giornalisti di tutto il mondo vengono a intervistarlo, la gente è affascinata da questo simbolo del male. Ma un decennio dopo, improvvisamente, Thomas ritratta e si dichiara innocente, racconta che ha ingannato tutti usando particolari che gli stessi inquirenti gli suggerivano. I 40 casi vengono riaperti e lui viene assolto, scarcerato. Com'è possibile che psichiatri, polizia, stampa e sistema giudiziario abbiano fatto di lui un serial killer ?

«La cosa più sconvolgente - commenta Monda - è che il film documenta come magistrati e giornalisti abbiano costruito le loro carriere sulla menzogna, siano diventati anch'essi delle star con una

montagna di invenzioni. E, una volta che tutto il castello salta, preferiscono a lungo mantenersi fedeli alla falsità, cercare di insabbiare le prove dell'innocenza, piuttosto che accettare una verità che li mette in crisi».

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