Quando Piovene a Venezia arbitrò l'incontro islam-Occidente

Fabrizio Ottaviani

Nel settembre del 1955, a Venezia, la fondazione Giorgio Cini invitò alcune figure di spicco del panorama mussulmano a processare l'Occidente «per le sue politiche prepotenti e rapaci». La difesa dei valori europei fu assunta da personalità del calibro di Vittore Branca ed Eugenio Montale, che però ebbero un ruolo defilato, dal giurista Francesco Carnelutti, dal semitista Giorgio Levi Della Vida e da altri intellettuali. Quanto al ruolo di giudice, non ci si allontana troppo dalla verità se si afferma che fu attribuito allo scrittore Guido Piovene, poi fondatore del Giornale con Montanelli. Spettò a lui redigere il resoconto del convegno, cosa che egli fece pubblicando il Processo dell'Islam alla civiltà occidentale, ora ristampato da Bompiani (pagg. 78, euro 8).

A portare il primo attacco all'Occidente fu Taha Husein, scrittore ed ex ministro della pubblica istruzione egiziano. «Nell'ascoltare i suoi discorsi, si direbbe di maneggiare una crema che celi qualche frammento di rasoio...» scrisse Piovene. Fu lui a stabilire l'accordo su cui avrebbero suonato i convegnisti, e apparentemente fu tutta crema: «Nessuna contrapposizione fra il Cristianesimo e l'Islam, la colpa è dei politici, industriali, banchieri...». L'intervento accontentava tutti e un venticello irenista spirò sulle prime fasi del convegno, finché non ci si rese conto che l'atteggiamento conciliante era basato su «un idealismo comodo, pigro e fatuo» e l'atmosfera mutò. Carnelutti sottolineò che l'Occidente è una civiltà «scientifica, meccanica, dinamica, economica, giuridica, laica». «Siete sicuri di voler diventare come noi?» chiese agli accusatori mussulmani, che girarono la testa dall'altra parte per non assistere all'ingresso del convitato di pietra, il grande problema finalmente apparso in tutta la sua coriacea irrisolvibilità. Della lista di Carnelutti si impossessò subito l'economista Pasquale Saraceno. Affermò l'impossibilità di scindere il piano politico ed economico da quello culturale: «il nostro è un sistema coerente di cui siamo orgogliosi, elaborato nella Gran Bretagna e basato sulla convinzione che l'iniziativa degli individui avrebbe sviluppato le risorse del mondo». «Fu questo l'intervento per comune consenso ritenuto il migliore del convegno», commenta Piovene.

In realtà, era facilmente attaccabile: i mussulmani osservarono che il concetto di sottosviluppo si applica solo alle culture industriali; quanto ai diritti dell'individuo, l'Occidente non li aveva concessi nei Paesi colonizzati e spesso li aveva elargiti con riluttanza anche in casa propria. Rimaneva da discutere il binomio di libertà e volontà di potenza.

Si convenne che la volontà di potenza albergava in ogni cultura, ma quanto alla libertà, fu chiaro che era un vanto dell'Occidente. Taha Hussein provò ad alzare un po' di fumo relativistico: «Noi chiediamo la nostra libertà, non la vostra». Peccato che la loro libertà fosse quella ammessa dal Corano, vale a dire una libertà severamente vigilata.

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