Ricky Tognazzi: "Mio padre Ugo? Una ciambella di salvataggio. Il politicamente corretto è una tragedia"

Protagonista al Magna Graecia Film Festival, Ricky Tognazzi a tutto tondo ai nostri microfoni: dal centenario del padre Ugo al cinema italiano, fino al politicamente corretto

Ricky Tognazzi: "Mio padre Ugo? Una ciambella di salvataggio. Il politicamente corretto è una tragedia"

A 100 anni dalla nascita di Ugo Tognazzi, continuano le celebrazioni in tutta Italia per rendere omaggio a uno dei principali alfieri della commedia all’italiana. Il figlio Ricky Tognazzi gli ha dedicato un bellissimo documentario, “Ugo Tognazzi. La voglia matta di vivere”, che verrà presentato venerdì 5 agosto al Magna Graecia Film Festival, ideato e diretto da Gianvito Casadonte. Di questo e di molto altro ha parlato l’attore e regista ai nostri microfoni.

Lei ha descritto Ugo come un padre distratto, ma anche come una scialuppa di salvataggio…

“Papà aveva una voglia matta di vivere che lo portava un po’ ovunque. Aveva sempre un film, degli appuntamenti, degli interessi. Aveva sempre una sirena che lo chiamava da una parte o dall’altra. Quando stava con noi era il polo di attrazione. Dedicava delle cene ai suoi amici, per stare insieme agli altri e per divertirsi. Ma in questa bulimia di vivere, c’era sempre. Quando c’era bisogno, si è sempre palesato. Abbiamo poco da rimproverargli (ride, ndr). Ti lanciava sempre la ciambella di salvataggio. Quando sapeva che il problema era risolto, magari andava in un’altra spiaggia”.

Magna Graecia Film Festival

Traspare una grandissima generosità…

“Come le ciambelle di salvataggio, si è visto poco ma nei momenti di necessità potevi sempre aggrapparti. Non è mai mancato. Né per Gianmarco, nei suoi momenti adolescenziali, né per me, che sono diventato adulto insieme a mio padre e ho avuto modo di scambiare con lui, sentendomi incautamente alla pari. Nemmeno per Thomas (nato dall’amore con Margarete Robsahm, ndr), che veniva spesso a trovarci. Con Maria Sole, invece, aveva un rapporto diverso. Papà forse era un po’ più in imbarazzo a relazionarsi con una femmina. Poi lui sentiva molto lo sguardo di noi figli, era molto attento a questo”.

Ugo Tognazzi non ha mai tentato di camuffare le sue debolezze. Che influenza ha avuto su di lei?

“L’influenza è stata enorme, ma siamo molto diversi. Lui era un grande mattatore, intrattenitore. Aveva una grande energia, usava i suoi difetti. Amava raccontare le sue piccole sconfitte, i suoi errori. Non raccontava mai le sue vittorie, non era tronfio. Che fossero racconti amorosi, viaggi o altro, ne usciva sconfitto. E’ stata un po’ quella la differenza tra Gassman e Ugo: Vittorio rispecchiava meglio il carattere orgoglioso, vincitore, magari cazzone; Ugo, invece, interpretava più la parte dello scudiero che prendeva le batoste, ma che con furbizia fotteva il padrone. Due modi di essere diversi. Anche come attore, io ho sempre più giocato di rimessa, mentre da regista ho cercato di raccontare delle storie”.

Ha qualche rimpianto pensando alla sua carriera?

“Sì, ho fatto qualche errore. Ho fatto film che potevano venirmi meglio. Non ho fatto cose che avrei dovuto fare. Penso a ‘La scuola’, che ho mollato strada facendo per fare altro. Ma ce ne sono tanti. Poi, arrivando da un cinema impegnato, mi sono un po’ vergognato della scelta di aver fatto ‘I pompieri’. Oggi, invece, sono orgoglioso: il film è diventato un cult per i ragazzi degli anni Ottanta e degli anni Novanta”.

Negli ultimi giorni si è parlato molto del cinema italiano. Alberto Barbera ha criticato il sacrificio della qualità in nome della qualità. Qual è il suo giudizio?

“Barbera è stato severo. Io dico sempre una cosa che mi fa passare per un nostalgico del cazzo: la mia generazione è stata molto fortunata, abbiamo visto un bel mondo. Noi abbiamo insegnato questo mestiere al mondo. Il cinema americano si è cibato del nostro cinema. Anche Quentin Tarantino ha esaltato i nostri B-movies. Ci sta tutto, ci sono stati dei maestri di cinema, sicuramente. In quell’epoca si facevano 350 film all’anno e c’era grande spazio per il cinema di genere, dai polizieschi al western. Mi urta però pensare che oggi ci siamo dimenticati chi siano i nostri maestri. Non sento più parlare e non vedo più il cinema di Volontè, di Pietrangeli, di Elio Petri, ma nemmeno di Visconti e Antonioni. Scomparsi e dimenticati, per poi esaltare i B-movies. Poi per carità, anche oggi facciamo dei bellissimi film, sia chiaro, e facciamo bella figura nei festival”.

Cosa ne pensa invece del politicamente corretto?

“Il politicamente corretto è una tragedia. L’altra sera ero al Parco degli Acquedotti, a Roma, dove hanno aperto la rassegna con ‘I mostri’ di Dino Risi (con Ugo Tognazzi protagonista, ndr). Un film di una crudeltà, di un cinismo e di una violenza interpretativa che rappresenta perfettamente lo spirito della commedia all’italiana, che raccontava le debolezze e i difetti dell’italiano medio… e mediocre. Quello è un tipo di cinema che piano piano abbiamo perso, per fare posto a una commedia più etica, dove il personaggio principale magari è pieno di difetti e inizia un viaggio di miglioramento. Abbiamo recepito molto dalla commedia americana… Poi l’altro giorno ho sentito la dichiarazione di Tom Hanks…”.

Ha detto che non rifarebbe “Philadelphia” perché oggi solo un gay potrebbe interpretare un gay…

“Io sono cascato dalla sedia. Questo conformismo si è creato per difendere anche dei valori condivisibili, sia chiaro.

Ma a questo punto un attore cosa può fare? Che senso ha? Penso a ‘Splendori e miserie di Madame Royale’ di Ugo Tognazzi, che forse per la prima volta ha come protagonista un ballerino omosessuale. Diciamo che oggi come oggi non si potrebbe più fare. Io penso che un autore debba sfidare il conformismo generale e osare. Ugo diceva sempre di rivendicare il diritto alla cazzata, anche sbagliando, ma in buona fede”.

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