Rinasce la "Numero Uno". Ha fatto storia con Battisti

La casa discografica "indipendente" fondata da Mogol torna con nuovi artisti di qualità e ristampe dal catalogo

Rinasce la "Numero Uno". Ha fatto storia con Battisti

Allora ieri è rinata la casa discografica Numero Uno, che era scomparsa dai radar musicali 22 anni fa. Molti se la sono forse dimenticata ma è stata l'etichetta di Lucio Battisti, di tanti altri super nomi della musica italiana (ad esempio Pfm, Bruno Lauzi, Finardi,Toni Esposito, Pappalardo, Tony Renis, Ivan Graziani, Formula 3) e di alcuni dei migliori autori (Alberto Salerno, Mario Lavezzi, Oscar Prudente, Bruno Tavernese). È stata presentata ieri alla Milano Music Week con la direttrice artistica Sara Potente («Le nostre tre parole chiave sono avanguardia, innovazione e ricercatezza») e il direttore esecutivo Stefano Patara che hanno parlato di fianco (virtualmente) a Mara Maionchi (che allora era l'ufficio stampa: «Non mi sono mai divertita tanto»), Mogol («Battisti diceva di essersi fidato di un pazzo...») e Franz Di Cioccio, ossia i testimoni di quel tempo passato. Quelli di adesso, cioè i cavalli di razza sui quali punta questa nuova fase, sono Colapesce e Di Martino, Iosonouncane e La rappresentante di Lista. Di certo, il livello è molto alto. E a questo si aggiungerà una serie di ristampe prestigiose e, senza dubbio, molto seguite dagli appassionati anche di Battisti, del quale ieri sono stati fatti ascoltare due stralci di una intervista inedita del 1976 nella quale confermava la sua volontà di non fare interviste perché «la manipolazione arriva al punto di inventare notizie, frasi».

Fondata nel 1969 da Mogol, suo padre Mariano Rapetti e Alessandro Colombini, ai quali poi si sono uniti lo stesso Battisti, Claudio Bonivento, Franco Daldello e il gigante ormai trascurato Carlo Donida, la Numero Uno ha creato tanti numeri uno, non soltanto in classifica. D'altronde la storia della musica è costellata di queste «culle produttive» che hanno davvero cambiato la storia. Spesso ruotavano intorno a un fuoriclasse, come è stato per la Apple con i Beatles e la Sun Records, che ha scoperto Elvis Presley, Johnny Cash, Carl Perkins, Roy Orbison e Jerry Lee Lewis. Oppure erano veri e propri talent scout di un genere musicale. Ad esempio la Motown che, da Marvin Gaye a Jackson 5, Diana Ross e Commodores, è diventata il simbolo di soul e rhythm'n'blues. Anche la Def Jam di Rick Rubin è stata il primo collettore di rap e hip hop (Beastie Boys e Public Enemy) ma anche di thrash metal (Slayer). Idem per la Sub Pop, testimonial del grunge con Nirvana, Soundgarden, Mudhoney tanto per citarne qualcuno.

Al di là delle (ultime tre) major, vale a dire Universal, Sony e Warner Music, l'universo delle case discografiche è sterminato e spesso si ingarbuglia grazie a manovre di mercato o compravendite che passano inosservate al grande pubblico ma hanno comunque rilievo anche sull'andamento delle classifiche. La prima di tutte le discografiche è stata probabilmente la Columbia Records, fondata addirittura nel 1888 e tuttora «titolare» di un parterre formato tra gli altri da Aerosmith, Bob Dylan, Santana, Springsteen e Adele.

Ma tante altre micro aziende sono poi diventate giganti, magari per poco, magari solo per una fase artistica. Dal 1957 al 1976 quando chiuse per bancarotta, la Stax Records firmò Rufus e Carla Thomas, Otis Redding, Eddie Floyd e Wilson Pickett, diventando centrale nella mappa geomusicale del tempo. Spesso queste realtà sono state poi assorbite dai grandi colossi. Oppure hanno accettato una partnership (chiamiamola così) che ha lasciato sopravvivere il marchio ma ha talvolta limitato la spregiudicatezza corsara degli esordi. La Verve è un grande nome del jazz (Ella Fitzgerald, per dire) e ora è parte della Universal, come la Blue Note e la Ecm di Jan Garberek, Pat Metheny, Keith Jarrett, Bill Frisell ma anche lo Stefano Bollani del 2009.

Insomma, l'industria musicale è un gigantesco puzzle nel quale è difficile rimanere indipendenti. In Italia, dove la Black Out ha scovato e rafforzato talenti come Casino Royale, Giovanni Lindo Ferretti, Ritmo Tribale e Negrita, ci sono due etichette che sono rimaste orgogliosamente indipendenti. Una è la Sugar di Caterina Caselli, che ha un elenco di artisti da major come Bocelli, Negramaro e via dicendo.

E l'altra è la Carosello, nata nel 1959 e ora diretta da Dario Giovannini. Negli uffici di Galleria Del Corso a Milano sono passati fuoriclasse come Domenico Modugno e Giorgio Gaber e hanno firmato contratti Nicola Di Bari, Memo Remigi e persino Vasco Rossi (per dischi come Vado al massimo e Bollicine, ad esempio).

Insomma, il caso della rinata Numero Uno è un segnale di ripartenza

nella ricerca musicale attenta ai soffi creativi più nascosti ma allo stesso tempo slegata da grandi pressioni di mercato. Nei corsi e ricorsi della storia, questo è probabilmente il rinascimento della musica di qualità.

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