Rum, vodka e fisico tonic(o). Bere fino all'ultima pagina

Un ricettario di cocktail (e aneddoti...) dei grandi scrittori Il gin dei Fitzgerald, il "Doppio Daiquiri", i vizi di Twain

Rum, vodka e fisico tonic(o). Bere fino all'ultima pagina
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«Prima tu prendi un drink, poi il drink ne prende un altro e infine il drink prende te», così Francis Scott Fitzgerald definì l'ubriachezza, e il suo drink preferito era il Gin Rickey, ossia gin, lime, acqua gassata e una fettina di limone. Di certo pensare uno scrittore astemio è veramente difficile, così come uno scrittore salutista, sebbene non basti certo bere per essere uno scrittore così come non basta avere l'asma per essere Proust.

A proposito è appena uscito un libro delizioso, da leggere e da bere, intitolato appunto Bere come un vero scrittore (il Saggiatore), testi a cura di Margaret Kaplan, che è un vero e proprio ricettario di cocktail preferiti dai grandi scrittori (con annessi aneddoti). Spesso anche modificati da loro, come nel caso di Ernest Hemingway, che nel corso della sua vita si è beveva sempre e di tutto, e che un giorno entrando in un bar dell'Havana, a Cuba, consigliò al barista di raddoppiare il rum, togliere lo zucchero, e aggiungere sei gocce di maraschino al suo Daiquiri. Nacque così il Doppio Daiquiri di «Papa».

William Faulkner, altro forte devitore, beveva il Mint Julep, un rametto di menta, zucchero di canna immersi nel bourbon (e quando lo incontrò Sherwood Anderson a New Orleans, Faulkner indossava un impermeabile foderato di bottiglie di alcol clandestino). Oscar Wilde andava pazzo per l'assenzio (ricetta semplicissima, 30 ml di assenzio e una zolletta di zucchero), una volta ne bevette per tre giorni e tre notti e disse al cameriere di osservare i tulipani, i gigli e le rose che stavano fiorendo all'improvviso in un angolo della sua camera, e il cameriere risposte: «Ma monsieur, non c'è niente lì...».

Il cocktail preferito di Flannery O'Connor è chiamato Coca Cola Plus, che è una specie di Cuba Libre ma con l'aggiunta di caffè (il caffè lo aggiungeva anche James Joyce al suo whiskey irlandese per farne il classico Irish Coffee). Non caffè ma tanto latte invece aggiungeva Virginia Woolf al suo Punch al latte, dentro cui metteva rum giamaicano, rum portoricano, cognac e molte altre spezie. J.K. Rowling ama il classico gin tonic (il gin va per la maggiore, con diverse varianti, dal Pink Gin di Agatha Christie, tre spruzzate di angostura e 60ml di gin, al Gimlet di Raymond Chandler, 60 ml di gin, lime, e Rose's Lime Juice), Charles Bukoswski un mix di borboun e birra, il Boilermaker, perché «quando bevi, il mondo è sempre là fuori che ti aspetta, ma per un po' almeno non ti prende alla gola». Raymond Carver e John Cheever già quando erano compagni di università non facevano altro che bere, molto più che scrivere, tant'è che «credo che nessuno di noi due abbia mai neanche tolto la copertura alla macchina da scrivere».

Mark Twain andava pazzo per un particolare tipo di cocktail al whisky, e tornando a casa dai viaggi supplicava la moglie di fargli trovare l'occorrente: «Mia cara Livy, vorrei che ti ricordassi di lasciare nella stanza da bagno, per quando arrivo, una bottiglia di scotch whisky, un limone, dello zucchero in polvere e una bottiglia di angostura». In cambio prometteva un mare di baci. Invece il cocktail di Gustave Flaubert era aromatico, intenso e sontuoso, come quelli di Madame Bovary, d'altra parte era lui a aver detto «Madame Bovary c'est moi», e dunque brandy alle mele francesi con morbidi strati di panna, tutto bovarissimo.

L'unico refrattario al bere era George Orwell, che sentenziò: «Un uomo può darsi al bere perché si sente un fallito e poi fallire ancor più completamente perché beve», e la ricetta che trovate nel libro è per farsi un tè alla Orwell, ma così lunga e complicata che prende una pagina intera. Come curavano i postumi della scrittura i grandi scrittori? Bevendo. Carver con il Bloody Mary «defribrillante», la ricetta completa la trovate nel libro e è molto complicata, tuttavia ce ne sono di più semplici: per Hemingway birra e succo di limone, per Scott Fitzgerald tre whisky forti, mentre per Zelda Fitzgerald una nuotata seguita da un vodka lemon.

Per quanto mi riguarda, visto che nel libro stranamente non ci sono, non mi faccio tanti problemi: bere ogni giorno fa male, e comincio a avere paura, ma siccome sono misantropo e non rispondo più al telefono, richiamo tutti quando

bevo del gin o del rum (non importa la qualità, basta ci sia etanolo), in genere una bottiglia. Una volta andai dagli alcolisti anonimi, ma li lasciai subito, perché erano anonimi e pretendevano lo dovessi essere pure io.

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