«Gli spifferi» di Muratori aprono porte sul mistero

Fabrizio Ottaviani

M i sono sempre chiesto quali straordinarie biografie nascondano le commesse delle boutique di lusso. Non possono essere figlie del popolo, perché se lo fossero non saprebbero come trattare i clienti; d'altro canto nemmeno possono avere un conto in banca stratosferico, perché in questo caso non accetterebbero di ricoprire ruoli così marginali. Potrebbe trattarsi di noblesse d'agrégation, certo, ma è più affascinante immaginare chissà quali capovolgimenti di sorte, gli stessi che affliggono l'eterna protagonista dei libri di Letizia Muratori. A questo riguardo non fanno eccezione le storie di Spifferi (La nave di Teseo, pagg. 110, 15 euro). Spifferi contiene sei storie di fantasmi magnetiche e sinistre, mai prevedibili nel loro sviluppo, che confermano la bravura, questa sì soprannaturale, della Muratori.

Il primo racconto, Rispondi a Dimitri descrive il trasloco di una coppia di pensionati in una casa più piccola, operazione deprimente perché implica la risoluzione del contratto con la Telecom e quindi la perdita del numero al quale, da venticinque anni, chiama una curiosa specie di ectoplasma. «A casa dei miei squillava il telefono, e dall'altra parte c'era una voce in falsetto che attaccava: Disturbo? Sono io, Dimitri». Durante la prima telefonata, la «voce» avrebbe detto di essere un ex-paziente del padrone di casa, ma il vecchio medico non ricorda di aver visitato alcun Dimitri; un particolare che non ha impedito di considerarlo come il più assiduo, ancorché immateriale, amico di famiglia. È un fantasma anche il protagonista di Alla deriva in Antartide. Perché vive fuori del tempo. Perché odia l'inglese e passa le giornate spulciando le biblioteche alla ricerca di una celebre domanda rivolta da Mommsen a Quintino Sella. Con Lascialo parlare entriamo in un podere toscano da cento milioni di euro. Vi regna una vecchia signora, l'ebrea Micol, dolce e minatoria adepta del «culto dell'implicito» in grado di ridurre ad un'ombra chiunque le si avvicini: «Esisto, oppure spio il mondo dei vivi dall'oltretomba?» si chiede la giornalista che dovrebbe intervistarla.

Se nella scena finale la cambiale del realismo non viene onorata, perché uno spettrale cane giocattolo continua ad abbaiare, sempre più roco, anche senza la pila, è solo per tranquillizzare la critica, che prova disagio quando l'ambiente si mostra troppo opulento e in cambio della recensione benevola chiede l'elemosina di una piccola allegoria perturbante, che alluda alla vacuità meccanica di quel mondo.

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