"Wanna", sogni e incubi di una vita in televendita

Una ricerca che ha il piglio dell'inchiesta sulla celebre imbonitrice. Diventata un simbolo degli anni '80

"Wanna", sogni e incubi di una vita in televendita

Smodata, tracimante, sconcertante. All'inizio tutta l'Italia televisiva ne rideva, suo malgrado ipnotizzata; oggi non puoi parlarne senza che un brivido ti serpeggi lungo la schiena. E vedere, in questi giorni in una piazza di Roma, il sorriso porcellanato di Wanna Marchi che da un mega-cartellone proclama come nulla fosse «Sempre ingannare, mai pentirsi!» aumenta l'inquietudine. Si può tornare a parlare della regina delle televendite, da fenomeno della cultura pop precipitata ai neri abissi dello scandalo, condannata per associazione per delinquere, bancarotta fraudolenta e truffe a nove anni (scontati sette), senza correre il rischio di giustificarne, o addirittura gratificarne la figura?

Alessandro Garramone, autore della docu-serie Wanna, quattro puntate disponibili dal 21 su Netflix, precisa: «Wanna non è la biografia della Marchi. È un'indagine su ciò che ha fatto di lei una sorta di icona dell'Italia anni '80. Mi sono chiesto: ma si conosce fino in fondo la sua storia? E soprattutto: oggi quelle truffe e i drammi che ne scaturirono sarebbero ancora possibili? Molti pensano: non potrebbero capitare più. Non è vero. Le truffe esistono ancora: da alghe e amuleti siamo passati al falso commercio elettronico, alle criptovalute tarocche». Un libro di Stefano Zurlo, Wanna Marchi. Ascesa e caduta di un mito, come punto di partenza; due anni di ricerche, chili di faldoni giudiziari spulciati, 22 testimonianze raccolte, comprese quelle di altre due figure chiave nella tenebrosa vicenda - la figlia della Marchi, Stefania Nobile, e il sedicente «maestro di vita» Do Nascimento - 60 ore d'interviste e 100 ore di materiali d'archivio visionati: tutto per ricomporre una sconcertante parabola di potere mediatico e malvagità catodica. «Ma anche il ritratto di un'Italia diversa. Quella anni '80, in cui acquistare all'asta un quadro dai tele-imbonitori, magari solo per sentir pronunciare il proprio nome in tv, diveniva quasi una forma di status symbol».

Con la Marchi e la figlia, Garramone ha avuto venti ore di colloquio, preceduto però da precisi diktat: «Non potrete avere alcun controllo editoriale sui filmati, non saprete chi altro intervisteremo, non ne vedrete il risultato né potrete parlarne finché andrà in onda. E soprattutto: non verrete pagate - racconta il produttore della Fremantle Italia, Gabriele Immirzi -. Abbiamo sudato, per convincerle. Ma alla fine la componente esibizionista deve aver prevalso». E tornando ad accendere i riflettori su di loro non avete temuto di fare il loro gioco? «No - risponde Garramone - perché ogni singola cosa che hanno detto è stata scrupolosamente verificata. E l'onestà dei nostri intenti ha fatto da costante discrimine». E com'è Wanna Marchi fuori dagli studi tv? Incredibile ma vero: «Nella realtà è una donna normale, pacata. Parla a voce quasi bassa. Ma appena la lucina della telecamera s'accende... tac: scatta in lei una sorta di trance agonistica. Torna aggressiva, prepotente». Arduo è stato rintracciare le sue vittime: «Ne abbiamo recuperate circa quaranta. Non per spettacolarizzarne il dolore, ma per capire le ragioni emotive, i meccanismi psicologici che le avevano spinte a fidarsi di lei. Molte non hanno voluto apparire: I nostri figli non conoscono questa storia, dicevano. La cosa terribile della truffa è che per noi italiani, che abbiamo il culto della furbizia, la vittima viene spesso ritenuta meritevole del danno ricevuto. Come facevano a credere a simili fandonie?, pensiamo. Ma quando sei nel dolore diventi debole. E quindi vulnerabile». Non basta: «Negli anni '80 ancora si pensava: se l'ha detto la tv vuol dire che è vero. E Wanna Marchi viveva in tv. Insomma: era la credibilità fatta persona».

Il dato più sconcertante? Madre e figlia sono ancora convinte di avere ragione. Di più: le vere vittime sarebbero loro.

Da una parte riducono tutto al «benaltrismo» («Ci sono tanti che hanno fatto ben altro»); dall'altra, come dice Zurlo, sono come i due giapponesi nella foresta. Per loro la guerra non è mai finita. Continuano a farla, perché, in fondo, sono diventati loro stessi la guerra.

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