Lo sponsor del Trento è un bordello

Finanza creativa, vale tutto. Perché se ti chiami Real Madrid c’è la coda per sponsorizzarti e puoi anche permetterti di rifiutare (come fecero le Merengues qualche anno fa) trenta milioni da un’azienda di preservativi. Ma se il destino ti ha infilato le maglie gialloblù del Trento calcio e sgomiti nello stagno della serie D, allora che fai, butti via diecimila euro solo perché ti arrivano da un casino di Innsbruck? Casino, non casinò. Cioè: donne e sesso a pagamento. Attività lecita in Austria: questo si chiama «Casa Bianca», ha un sito trilingue e tariffe per tutti i gusti. A non aver molto da fare alla sera, cosa non improbabile da quelle parti, si scavalla il Brennero e si sceglie: slot machine e tavoli verdi a Seefeeld, il resto a Innsbruck. Centotrenta chilometri e l’Austria diventa il Nevada. Da un paio di anni la «Casa Bianca» è tra gli sponsor del Trento, ma non se ne era accorto nessuno. Il logo, un fiore che sboccia proprio là, affianca porfido e ponteggi nel pannello on line delle aziende. E siccome al Trento non si butta via nulla, un paio di striscioni della casa di appuntamenti stanno appesi sulla recinzione dello stadio Briamasco. Non solo: herr «Casa Bianca» deve avere il commercio nel sangue, visto che ha marchiato anche i taxi di Vipiteno e Bolzano e offre tariffe speciali ai clienti che arrivano a Innsbruck con autista. Insomma, storie di provincia gaudente. Ma qui siamo in Trentino, mica nell’Emilia di Bevilacqua. Le mamme non sono ancora mutter, ma certe cose non passano ugualmente. E così quando hanno beccato i figli-calciatori smanettare sul sito della «Casa Bianca», hanno alzato le antenne e denunciato il pericolo. Più prosaicamente, invece, gli anziani dei bar avevano almeno trovato nella «Casa Bianca» un’invidiabile ragione del pessimo rendimento della squadra. Poi il quotidiano Trentino ha raccontato la vicenda e l’assessore allo sport della Provincia, Iva Berasi, pescato nel dizionario veterofemminista e catechizzato la società che accetta soldi da chi «fa profitto mercificando il corpo delle donne». Conclusione: la pochade è diventata una cosa seria. Tanto che la società, pur stupendosi del can can, ha bloccato il link con la «Casa Bianca» e deciso di scendere a patti con l’assessore che si impegna, con le parole e con i fondi della Provincia seppur autonoma, a fornire lo stesso contributo o a patrocinare un altro sponsor.
Forse a Trento non sanno che in Spagna, l’Albacete, giocò con l’inequivocabile marchio «Night privée» sulle maglie; che la Vodafone nel 2002 sponsorizzò gli streaker in un Australia-Nuova Zelanda di rugby; che qualche anno fa la Akuel (già sulle divise del Sant’Arcangelo di baseball negli anni ’80 tra l’imbarazzo della federazione), pur di far concorrenza all’Hatù impegnata nel volley maschile a Bologna, mise il marchio sulle maglie della pallavolo femminile a Treviso.

Nel ’98, poi, una catena di sexy shop avvicinò la Salernitana; passò qualche anno e Gessica Massaro, pornostar ultrà del Pescara, decise di devolvere il cachet alla società abruzzese. Dovendo scegliere, e creativi per creativi, meglio le luci rosse che i conti in rosso.
Paolo Brusorio

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