Che lezione dal Sassuolo. Il Milan riparte tra i fischi

Poli illude Inzaghi, ma la squadra non tiene il ritmo degli emiliani. Sansone e Zaza imperversano. Solita difesa sbadata. Cerci non basta

Zaza affonda il Milan, che non perdeva la prima dell'anno dal 1997
Zaza affonda il Milan, che non perdeva la prima dell'anno dal 1997

Milano - E poi dicono che uno non deve credere alla smorfia. Dopo 17 anni di vittorie nella prima sfida dell'anno (ultima sconfitta contro la Lazio nel '97), ecco il Milan di Pippo Inzaghi cadere a San Siro e inchinarsi dinanzi alla reginetta delle provinciali, il sorprendente Sassuolo di Squinzi e Di Francesco. È diventato uno specialista nel rifilare dispiacere ai celebrati club: dalle sue parti ha bloccato la Juve, a Roma ha fatto altrettanto con Garcia, qui a San Siro ha addirittura capovolto lo 0 a 1 iniziale (firmato da Poli dopo un bel triangolo Bonaventura-El Shaarawy). Solo Napoli e Inter hanno castigato questi giovanotti nel frattempo diventati consapevoli del proprio spessore tecnico oltre che fisico e temperamentale. Attenti però perché nell'episodio di ieri il caso non ha avuto alcuna influenza sulla seconda sconfitta domestica del Milan, partito con il piede storto in questo 2015. Invece di essere il suo anno, rischia di diventare il suo tormento. Il Sassuolo ha meritato e costruito il proprio successo dopo i primi 25 minuti di grande soggezione nei confronti dello stadio e del rivale sgabbiato alla grande: è riuscito a risalire la corrente con Sansone (da applausi l'invito di Berardi per l'attaccante sfuggito al controllo di Rami) e infilzare Diego Lopez, da calcio d'angolo, con uno schema di quelli che possono zittire i famosissimi esperti del ramo, salendo in groppa al risultato. Almeno tre le golose occasioni sprecate in sequenza da Zaza, Berardi e Biondini nel finale della prima frazione che è stata dominata a metà dal Milan e nella seconda parte dal calcio, arioso e spettacolare, del gruppo allenato dall'allievo di Zeman.

Il Milan è partito benissimo, ha illuso il suo pubblico (solita minoranza rumorosa): per 25 minuti ha praticato un calcio essenziale e astuto. Ha fatto centro dopo appena 9 minuti (blitz di Bonaventura sulla destra, cross per El Shaarawy murato da Gazzola, break vincente di Poli) e sfiorato con il Faraone anche il possibile raddoppio prima di uscire di scena, come inghiottito dalle sabbie mobili. Primo deficit da segnalare la condizione fisica del Milan: quelli del Sassuolo andavano al doppio rispetto ai berlusconiani. E mentre Di Francesco, col contributo di Magnanelli e Missiroli, è salito in cattedra, sono emersi, uno per uno, tutti i difetti, i limiti e le lentezze dell'ex armata rossonera. La difesa ha patito la vivacità di Sansone, il palleggio di Berardi e la fisicità di Zaza: solo Zapata ha provato a reggere l'urto, invano, mentre Rami e De Sciglio pativano le pene dell'inferno. A centrocampo la scelta più strombazzata della vigilia, Essien rimpiazzo di De Jong perno di centrocampo, si è rivelata sbagliatissima: il ghanese è sembrato a disagio, ha fallito passaggi elementari, non è riuscito neanche a imporre la sua stazza oltre che l'esperienza di guerriero datato. Con le sue cadenze si è fatto asfaltare dal centrocampo emiliano fino al punto di dover ricorrere a una sostituzione.

Il black-out milanista ha finito col contagiare anche gli unici dotati di talento, Menez in prima linea e a seguire El Shaarawy, rimasti a fari spenti in quel deserto di idee e di geometrie. È rimasto a galla solo Bonaventura e più tardi Pazzini, lanciato nella mischia per tentare il solito assalto all'arma bianca. Nemmeno il debutto di Cerci ha rimesso in piedi il gigante dai piedi d'argilla: non ha ancora lo spunto, può cavarsela con qualche dribbling e un paio di cross sventati da una difesa appena accorta, e ben diretta da Paolo Cannavaro. Perciò, alla fine, i fischi di San Siro sono stati l'inevitabile cornice dentro la quale chiudere questo disastroso inizio d'anno.

Le assenze (Abate, Mexes, De Jong, Van Ginkel, Armero e Honda), contro il Sassuolo, non possono fornire alibi convincenti al tecnico e al suo staff. Piuttosto è la fragile personalità del gruppo ad allarmare più del ridotto passo.

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