La giovane Inghilterra fa inginocchiare la Croazia

Decide Sterling, il ragazzo di Wembley. Ma c'è anche l'esordio di Bellingham: il più giovane a un Europeo

La giovane Inghilterra fa inginocchiare la Croazia

Inghilterra-Croazia è l'immagine dell'Uefa di Ceferin: forte coi deboli, debole con i forti. Facile obbligare l'Ucraina a togliere la stilizzazione dei confini della Crimea dalle maglie oppure stigmatizzare il saluto militare dei turchi. Invece è meglio girare la faccia dall'altra parte di fronte ai giocatori inglesi che si inginocchiano prima del fischio di inizio, simbolo della lotta contro la discriminazione razziale. Un gesto ideato dal quarterback statunitense Colin Kaepernick cinque anni fa e tornato di moda dopo la morte di George Floyd un anno fa, per colpa di un poliziotto americano. Non è anche questo equiparabile a quei gesti politici che l'Uefa ha bandito? Ma difficile pretendere da Ceferin che prenda posizione come fatto contro l'isolato Andrea Agnelli, inutile aspettarselo da chi dimentica le sue vergogne, cioè onorare la memoria dei morti dell'Heysel.

A Wembley la Croazia non si è inginocchiata. Ci sono stati applausi e qualche fischio quando gli inglesi l'hanno fatto. Poi la Nazionale di Southgate nei novanta minuti i croati li ha messi in ginocchio sportivamente. Un messaggio all'Europeo, dal peso superiore di quelli spediti da Italia e Belgio. Per la caratura dell'avversario. Perché i Tre Leoni avevano di fronte i vicecampioni del mondo del 2018, la spina dorsale è la stessa di allora da Vida a Modric e Brozovic fino a Perisic e Rebic. Ma per ora il tocco non è lo stesso che portò a un passo dal trionfo in Russia. Il solito palleggio bello da vedere non ha avuto finalizzatori all'altezza, dopo che gli inglesi erano partiti forte con il palo di Foden e un ritmo «impossibile» per il primo vero caldo londinese. La giovane Inghilterra, seconda per età media dietro la Turchia, va a fiammate, ha talento in quantità industriale davanti e la capacità di soffrire delle grandi squadre. Un lampo è l'azione che decide la partita quando scade l'ora di gioco: imbucata di Phillips, Brozovic si perde Raheem Sterling che infila il portiere in uscita. È il gol del ragazzo cresciuto a poche centinaia di metri di Wembley, con un'infanzia vissuta avendo per sfondo lo skyline dell'arco di uno stadio rifatto ma ugualmente iconico. Sterling ha spiegato: «Ho sempre detto che avrei voluto segnare qui e ho realizzato questo sogno». L'attaccante del City, trequartista nell'Inghilterra ha un tatuaggio profetico sull'avambraccio: lui con la maglia numero dieci che guarda quello stadio.

Sterling con i suoi ventisei anni è nella terra di mezzo di una nazionale giovanissima che festeggia il record di Jude Bellingham, il ragazzo che va di corsa: mai nessuno aveva esordito a 17 anni e 349 giorni in un campionato europeo. Niente di nuovo per chi è il più giovane ad aver giocato nel Birmingham City dove è cresciuto e da dove se n'è andato lo scorso luglio per diventare con la maglia del Borussia Dortmund tra i più precoci a giocare in Champions, secondo solo a Krkic. Già perché il centrocampista è uno dei soli tre inglesi che giocano all'estero (Trippier e Sancho gli altri due). I restanti ventitré rappresentano tredici squadre di Premier. L'Inghilterra è la più autoctona del torneo: fatta in casa, giovane e con talento da vendere.

Sognano i Tre Leoni che non vincono nulla dal mondiale del 1966, l'Europeo l'hanno solo sfiorato, l'ultima volta nel 1996. Si giocava sempre Oltremanica.

Per questo Wembley, che si è inginocchiato all'inizio, poi alla fine cantava Football's coming home. Il calcio sta tornando a casa. Ma non ditelo a Ceferin. Da queste parti i sei club più importanti erano entrati nella Superlega.

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