Jordan, i 60 anni del dittatore del basket

Forte e crudele, Michael Jordan è entrato nel mito col passaparola, senza dirette né social

Jordan, i 60 anni del dittatore del basket

C'è un'intera generazione, che comprende sicuramente padri e madri di famiglia, che Michael Jordan, il vero Michael Jordan, non l'ha mai visto giocare dal vivo, o in diretta. Il Jordan dei Chicago Bulls, 1984-1993 e 1995-1998, prima del rientro a Washington per due stagioni sostanzialmente di saluto, 2001-03. Sembra ieri, ma sono già passati 25 anni da quando MJ, o Air, suoi storici soprannomi, vinse il sesto e ultimo titolo della sua carriera, con il memorabile tiro del sorpasso su Utah in gara 6 della finale del 1998, tuttora la partita Nba più vista nella storia. Jordan aveva 35 anni e dunque aritmeticamente, freddamente, che oggi ne compia 60 anni è solo logico, ma fa comunque impressione a chi lo ha seguito, lo ha visto crescere e ne ha condiviso da lontano l'irripetibile parabola di campione ineguagliabile e uomo immagine capace di creare un modello e una filosofia commerciale, visibile ancora oggi, ad esempio, sulle maglie del Psg, fornite dalla Jordan Brand.

Irripetibile, per il suo talento e per i tempi: lontano dalla nascita il web come strumento pubblico, ancor più distante l'avvento dei social media, Jordan divenne una superstar per passaparola, per quelle poche immagini che arrivavano nelle rare dirette Nba sulle reti nazionali e nella rubrica della sera del canale Espn e per gli articoli, sempre più estasiati, di chi aveva avuto la preveggenza e il privilegio di andarlo a vedere già al college, North Carolina. Dove aveva vinto subito il titolo, già lì con il canestro del sorpasso pur da giocatore meno esperto sul parquet, e aveva trovato nel coach Dean Smith un secondo padre. Secondo, perché al padre naturale, James, assassinato in circostanze misteriose nel 1993, e alla madre Deloris, Jordan rimase sempre affezionato, famiglia solida e moderatamente benestante che gli aveva trasmesso grandi valori, tra i quali l'avversione al piagnisteo, particolare importante se si ricorda che i Jordan avevano conosciuto la discriminazione razziale, nel North Carolina.

Sorrisi pubblici e cattiveria agonistica, una voglia di vincere arrivata spesso a consumare le sue energie e al tempo stesso a ricaricarle, con conseguenze di vario tipo sui compagni di squadra: che tanto gli hanno dato e tantissimo hanno ricevuto, perché solo la sua presenza ha consentito loro di vincere quei titoli, tre alla volta (1991-93 e 1996-98), il primo dei quali sei anni dopo il suo ingresso nella Nba, quando già ci si cominciava a chiedere se quell'immenso talento sarebbe mai stato concretizzato in un anello.

Un ritiro nel 1993 dopo la morte del padre, seguito dal tentativo non riuscito di realizzare il grande sogno d'infanzia di diventare un giocatore professionista di baseball, un altro nel 1999, un periodo di disagio come dirigente di Washington che mal sopportava l'indolenza dei propri giocatori e pareva consumato dal risentimento ogni volta che una delle superstar in crescita, come Kobe Bryant, veniva paragonato a lui, l'uscita di scena nel 2003 e l'acquisto della squadra di Charlotte nel 2010, in ossequio al proprio formidabile senso degli affari.

Un uomo amichevole e feroce al tempo stesso, un carattere complesso sintetizzato nel discorso che fece nel settembre del 2009, in occasione dell'ingresso alla Hall of Fame: commozione e amore per il basket ma anche frecciate, spesso gratuite, a chiunque avesse mai messo in discussione il suo talento e il suo valore, compreso quel Leroy Smith che 30 anni prima era stato scelto al suo posto nella squadra del liceo solo perché più alto. Jordan non aveva mai dimenticato, Jordan non dimentica, e forse anche per questo noi non dimentichiamo lui.

Michael Jordan

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