Nevio Scala si racconta: "Buffon, l'Italia e l'allenatore che mi ha stregato: vi dico tutto"

L'uomo che fece esordire Buffon in Serie A, commenta il ritorno di Gigi al Parma e spende parole di elogio per la Nazionale di Roberto Mancini

Nevio Scala si racconta: "Buffon, l'Italia e l'allenatore che mi ha stregato: vi dico tutto"

Ventisei anni fa non si fece scrupoli nel gettare nella mischia quel ragazzino di soli 17 anni, un po' guascone, un po' incosciente. Oggi, dal buen retiro della sua azienda agricola, Nevio Scala commenta con sorpresa e affetto sincero l'ormai certo rientro di Gianluigi Buffon al Parma, a chiudere il cerchio (forse) di una carriere che ha consegnato alla storia l'ormai ex portiere della Juventus come uno dei più grandi interpreti del ruolo. E per lui, scherzando ma non troppo, si dice pronto a fare l'abbonamento al Tardini per la stagione che verrà.

Che effetto le vedere Buffon tornare in gialloblù, laddove tutto è cominciato?

“Sinceramente, devo dirle che sono rimasto stupito da questa scelta, che pur mi rende felice. In fondo, avrebbe potuto guadgnare di più andando a giocare in piazze importanti all'estero”.

E, invece, si aprresta a ripartire, ancora una volta, dalla Serie B. A 43 anni suonati.

“Ancora una volta Buffon si è dimostrato una persona di altissimo valore. Nel tornare al Parma, pensandoci bene, un gesto di riconoscenza, di affetto, verso una città che lo ha adottato e lo ha cresciuto. Permettendogli di imboccare la strada che lo ha fatto diventare il più grande numero uno di tutti i tempi”.

Ci volle coraggio a buttarlo in campo quel giorno del novembre 1996, davanti al Milan di Fabio Capello.

“Durante la settimana che precedette la partita, io e il mio preparatore atletico assistemmo a qualcosa di incredibile. Con Bucci fuori avrebbe dovuto giocare Nista, ma Gigi parava qualsiasi cosa. La squadra lo bombardava a ripetizione e, lui era insuperabile. Sì, un piccolo rischio lo corremmo, ma quando hai di fronte un predestinato lo riconosci subito”.

Nessun ripensamento, dunque, prima della consegna delle distinte?

“Nessuno, e sa perché? La sera prima andai in camera a sua a chiedergli cosa ne pensasse dell'ipotesi di scendere in campo dal primo minuto. E sa cosa mi rispose? 'Che problema c'è mister'”

Una personalità ai limiti della sfrontatezza.

“Da queste cose si poteva intuire che sarebbe diventato ciò che è diventato. La grande serenità di fronte a situazioni di stress. Certo, i mezzi tecnici erano già spaventosi, ma è bastato vederlo in campo all'esordio per capire che, da quel punto di vista, i margini di miglioramento erano relativi, a fronte a una qualità innata fuori dal comune”.

Le capita ancora di sentirlo?

“L'ultima volta è successo uno o due anni fa, in occasione del suo compleanno. Ma, lungo tutta la sua carriera, non ho mai smesso di seguirlo. Se anche ha avuto qualche incidente di percorso, nulla può offuscare 30 anni di carriera come i suoi. Fuor di retorica, per me Gigi è come un figlio”.

Parma è il posto giusto per chiudere la carriera?

“Potrà giocare due anni divertendosi, senza le pressioni che avrebbe dovuto sostenere, pur non essendo titolare, in piazze come Barcellona o Madrid. Buffon ama stare tra i pali e parare, per questo alla sua età fa ancora la differenza. Se poi avesse bisogno di una sistemazione, può chiamare ma (ride, ndr)”.

Qualcuno dice che punti al Mondiale in Qatar. Sarebbe il sesto, un record assoluto.

“Non esageriamo, anche Gigi non è eterno. Coi suoi anni pure una stagione in più si fa sentire. Per questo on credo sia una pista percorribile. Poi, se Mancini farà anche questo miracolo...”

Ne ha già fatti altri, il nostro commissario tecnico.

“Sto provando a contattarlo per testimoniargli l'entusiasmo che mi ha restituito con la sua Nazionale. Non ho mai smesso di seguire il calcio, si figuri se uno ci riesce dopo 50 anni di carriera. Ma il distacco avevo imparato a guardarlo è statto spazzato via da questa Italia. Per coinvolgimento emotivo è la più bella che abbia mai visto”.

Addirittura.

“Mancini ha fatto un'impresa. Ripartiva dalle ceneri dell'eliminazione mondiale e ha saputo costruire una squadra dove tutti si divertono. Vedo che qualcosa sta germogliando ed è proprio il divertimento,, a mio modo di vedere il segreto, della squadra azzurra”.

Quale altro allenatore che l'ha conquistata, oltre al Mancio?

“Me ne piacciono tanti, ma non amo fare nomi. I più giovani, poi, nemmeno li conosco personalmente”.

Tra loro c'è sicuramente Roberto De Zerbi. Ha un consiglio da dargli in vista della sua avventura a Donetsk, dove lei fu pioniere degli allenatori italiani all'estero?

“Impari la lingua il prima possibile, non faccia il mio stesso terrore. Per il resto, mi sento di dire che ha fatto una scelta bellissima. Donetsk, con tutti i suoi problemi, non è una città che ruba l'occhio, ma il centro sportivo è incantevole e la società fantastica. Il presidente Akhmetov mi chiama ogni anno per farmi gli auguri di compleanno”.

Dortmund, Istanbul, Donetsk, Mosca. Ha viaggiato tanto e allenato in Paesi e contesti tra loro diversissimi. Dove ha incontrato più difficoltà?

“L'esperienza in Turchia (al Besiktas, ndr) è stata la più ostica, per via di una dirigenza, diciamo così, un po' scorbutica. Ma Istanbul è meravigliosa. E mi faccia dire una cosa”.

Prego.

“Il calcio non è mai stato la mia sola ragione di vita. Viaggiare, per lavoro, in tutti questi posti mi ha permesso di arricchirmi, umanamente e culturalmente, è stato una locomotiva di conoscenza. Un'esperienza che consiglio di fare a qualsiasi allenatore. La nostra è una categoria è di privilegiati, conservo fotografie indimenticabili delle chiese e di luoghi il cui accesso in Russia non è riservato a tutti”.

Le piace ancora il mondo del calcio o vede troppe differenze con quello vissuto in prima persona?

“Uno spazio per seguire le partite riesco sempre a ritagliarmelo, tra la mia attività, i figli e i nipoti. Ma devo ammettere che entusiasma ancora vedere come si evolve il gioco, cosa sono capaci di inventarsi gli allenatori”.

Oggi sono considerati quasi più importanti dei calciatori. Rimpiange un po' il fatto di essere nell'epoca sbagliata?

“Assolutamente no, sarei forse diventato più ricco, ma dalla mia vita ho avuto tutto quello che potevo desiderare”.

Qualcosa, invece, che proprio non sopporta del calcio di oggi?

“Alcune cose, ma preferisco ternermele per me.

Anzi, una proprio non riesco a digerrirla. Ai miei tempi e telecamere negli spogliatoi non sarebbero mai entrate, Avrei litigato col presidente per sbarrare gli ingressi agli estranei”. Con buona pace delle docu-fiction tanto gettonate su Amazon Prime.

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