Oriundi, storia politica di una "necessità"

Da Mussolini e Agnelli fino ad Andreotti. E quell'Erico parente di un Pertini. Mancini ribadisce sulla scelta di Retegui: "Tra le prime sette un solo italiano attaccante"

Oriundi, storia politica di una "necessità"

Che sia o meno come la solita erba del vicino, quella puntualmente più verde, lo dirà il tempo. Ma il calcio italiano che si affaccia al di là della staccionata non è solo quello che si è infatuato di Mateo Retegui. L'apertura a nuove frontiere, Sudamerica in primis, non nasce oggi. Lo ricorda innanzitutto Arsenio Erico, che collezionerà gol e soprannomi: 293 i primi, una quarantina i secondi. Contende il record di sempre del calcio argentino, presidiando i liquidi confini della contabilità ufficiale con un altro mostro sacro, Angel Labruna, dna italiano per La Maquina che fece grande il River Plate.

Erico, che giusto oggi di anni ne compirebbe 118, con la Croce Rossa varcò per la prima volta il confine tra il suo Paraguay e l'Argentina dell'Independiente, che lo mise sotto contratto. «Non sono stato altro che un tuo imitatore», dirà di lui uno tra i più grandi, Alfredo Di Stefano. Lui che era oriundo figlio di un garibaldino di Capri e nipote di una Pertini, sangue del futuro presidente della Repubblica, oltre che compagno di imprese pedatorie a Baires di Jorge Mario Bergoglio, che da grande diverrà Papa e non dimenticherà le sue origini piemontesi. Le stesse di Ferruccio Novo, il presidente del Grande Torino e che dal genovese d'origine Antonio Liberti, a cui oggi è intitolato lo stadio Monumental, ricevette in promessa proprio Di Stefano. Ma se Di Stefano al Filadelfia non ci sarebbe mai arrivato, il conte Marone Cinzano porterà in granata Julio Libonatti, primo oriundo della storia con Adolfo Baloncieri. Libonatti diverrà secondo per gol (150) della storia del Toro, dietro solo a Pulici, e giocherà con la casacche dell'Argentina e dell'Italia. Un Omar Sivori ante litteram, erede del Mumo Orsi capace di stregare Edoardo Agnelli e primo argentino in maglia Juve. Non ancora oriundo, ma rimpatriato, da definizione degli anni Venti. Quando Agnelli convinse Mussolini che proibire l'ingaggio ai figli degli emigrati già costretti ad abbandonare la natia patria sarebbe stata punizione doppia.

Accantonata così la norma che proibiva agli stranieri di giocare in Italia, alla soluzione oriundi si guarderà con senso utilitaristico ma tiepido trasporto. Nell'Italia iridata dei Mondiali del 34 ce ne sarebbero stati 6, nel bis di Francia 38 solo uno. La prima mancata qualificazione al Mondiale del 58 vedrà la colpa ricadere sugli oriundi Ghiggia, Da Costa, Montuori e Schiaffino: troppi stranieri in A, si dice. Giulio Andreotti ne aveva scritto sul quindicinale Concretezza titolando un Salviamoci in corner che denunciava le storture del calcio italiano.

Solo di ieri, l'intervento a gamba tesa di Mancini sulla provenienza dei talenti: «Se li trovassimo in Italia, saremmo più felici.

Purtroppo tra le prime sette di A solo la Lazio ha un centravanti italiano: Immobile». Aggettivo che racconta anche il contrasto tra il calcio italico e la machiavellica ciclicità della storia, confermata oggi dalla ricerca di nuovi filoni d'oro sotto porta. In attesa di capire se sia una nuova Eldorado.

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