Titanic torna in 3D. Cameron: "Piace perché è una favola d'amore"

Per San Valentino Disney ripropone il film che vinse undici Oscar e lanciò DiCaprio

Titanic torna in 3D. Cameron: "Piace perché è una favola d'amore"

C'era una volta una ragazza di 17 anni, bella, istruita e promessa in sposa a un arrogante e ricco fidanzato con denaro in quantità pari ai suoi pregiudizi. La fanciulla arriva sull'orlo del suicidio e, a salvarla, è uno squattrinato giovane di cui presto si innamora ma un destino maledetto mette un iceberg sulla rotta del transatlantico. La favola si innesta su una storia vera, altrimenti detta cronaca. L'affondamento dell'inaffondabile. Perché non esiste cosa umana che non abbia crepe nascoste. Era l'aprile del 1912 quando il Titanic si schiantò per poi inabissarsi con il suo carico umano di ricchezze e povertà. Era il 1997 quando questa sciagura divenne lo sfondo di una storia d'amore - quella della favola - che ha appena compiuto 25 anni e ha fatto piangere mezzo mondo. L'altro mezzo è quello che all'epoca non era ancora in età per vederlo. E per commuoversi.

A San Valentino, il capolavoro di James Cameron torna nelle sale italiane - per la precisione, da giovedì 9 febbraio - in versione rimasterizzata ma, cosa decisamente più nuova, in 3D, distribuito dalla Disney. Il campione di incassi mondiale di tutti i tempi sfida insomma se stesso in un ritorno al presente, al passato e forse anche al futuro contemporaneamente. Un'impresa impossibile per chiunque tranne per il film che all'epoca si mise in tasca undici Oscar e tira la volata alla cerimonia che assegnerà le statuette 2023 nella notte del 13 marzo.

Che cosa resta oggi di Titanic è il regista stesso a spiegarlo in un incontro con i giornalisti. «È un moderno Giulietta e Romeo. Una storia d'amore, di quelle che non finiscono mai, perché hanno attraversato tutti i tempi e, in questo senso, verrebbe da domandarsi quanta effettiva attualità ci sia. Abbiamo costruito la nostra favola ma in fin dei conti l'amore è sempre favola. Anche senza lieto fine. Come per Rose e Jack».

E, nel caso di quest'opera, non esiste serenità nemmeno nella cornice. «È un memorandum alle generazioni che verranno - spiega Cameron - e forse rischiano di ignorare per sempre uno dei disastri più apocalittici, non solo del Novecento». Il più grande oggetto in movimento dell'epoca sparisce, inghiottito dall'oceano, dopo l'impatto con un gigantesco iceberg. L'Atlantico come rappresentazione del mare, elemento naturale nella mente e nell'esistenza del regista. «È una parte indispensabile e indivisibile della mia creatività. Senza di lui non esisterei e Titanic come pure Avatar hanno questo denominatore comune che simboleggia la mia essenza».

Qualcosa che però supera l'oceano e diventa altro. Molto altro. Sapori. Odori. Atmosfere. Sentimenti. Ambizioni. Desideri. Destini che vengono cambiati con un colpo di spugna. La bella giovane che s'invaghisce di uno spiantato e abbandona un buon partito. Il suicidio evitato. Il disastro che cancella le speranze. «Il fascino del film sta nel mito del viaggio, ai primi del secolo scorso un miracolo di scienza e tecnica, immediatamente smentito dall'imprevedibile. Ma anche nel sogno, svegliato dalle musiche. E nella seduzione di emozioni e sentimenti».

Soprattutto un mondo. Coabitazione collettiva di estremi opposti. Il profumo acre delle antitesi, impossibili come ossimori e pensieri vigliacchi. Striscianti come certe incompatibilità. «È un film di contrapposizioni. Poveri e ricchi. Morti e sopravvissuti. È la faccia triste della disperazione e di una sorte che alla fine coinvolge tutti, malgrado le loro distinzioni. Come avviene oggi con i cataclismi ecologici che travolgono nazioni benestanti e altre indigenti in egual misura. Al di là di riferimenti e attualizzazioni, resta una grande storia d'amore. Emozione pura».

Come ogni film che ha fatto epoca, Titanic ha rinnovato una certa maniera di fare cinema. «Prima che uscisse erano pochi i titoli di così lunga durata. E.T., tanto per citare un capolavoro, non superava le due ore. I 195 minuti di Titanic hanno costretto a ripensare le programmazioni delle sale con il conseguente rischio di incassare meno, venendo a mancare il terzo orario. Due spettacoli al giorno quindi e un impegno più ambizioso richiesto al pubblico che si reca in sala, invece di guardarlo in tv». Immaginare le differenze non è difficile. «Bisogna uscire di casa. Parcheggiare la macchina. Acquistare il biglietto. Non poter andare avanti e indietro nella vicenda con il telecomando. E soprattutto è pura condivisione. Non soltanto con chi si ama. Oggi poi, con la tridimensionalità, si supera un'altra frontiera».

Nel parlare dei ricordi di quel film, a sorprendersi è lo Cameron, perché le riprese hanno più spazio nella memoria di quanto ne abbia la versione definitiva, uscita in sala tra la prima assoluta del novembre 1997 in Giappone e quella italiana del gennaio 1998. «Ho in mente la sua genesi più del risultato finale». I dubbi di un giovanissimo DiCaprio, di cui già si intuiva il talento. «Trovava noioso il ruolo e il copione e forse era comprensibile per un giovane di una ventina d'anni quale era lui allora. Lo convinsi, spiegandogli che si trattava di una sfida con il suo stesso personaggio. Quando entrò in quel meccanismo trovò subito interesse. E accettò».

E Kate Winslet... «Era perfetta. Si presentò al provino in jeans, mostrando grande disinvoltura nel gestire l'accento americano con quello britannico delle sue origini. Lei non ha mai avuto dubbi. E io neppure». Però tra i due attori e i due ruoli, a far sognare è DiCaprio.

«Piace alle giovani donne. È il ritratto della giovinezza audace e sfrontata. Tuttavia il sogno nasce anche dall'immedesimazione e in molte si sono identificate nella diciassettenne Rose, conquistata da quel dolce guascone di Jack Dawson».

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