
L'ultimo decennio del secolo scorso ci ha dato l'illusione che fosse davvero giunta «la fine della storia»: dissolto il nemico storico dell'Occidente, l'Unione sovietica, e archiviata di conseguenza l'utopia comunista, il mondo angloamericano e i suoi alleati europei potevano ragionevolmente festeggiare una vittoria, per altro pacifica, su tutta la linea. Una trentina d'anni dopo, lo scenario è drammaticamente cambiato: minacciosi venti di guerra soffiano sul Vecchio continente, mentre in Medio oriente dilagano crimini e massacri. A capire cosa è successo, e perché, ci è d'aiuto l'ultimo saggio di Alessandro Colombo, docente di Relazioni internazionali all'Università di Milano, Il suicidio della pace. Perché l'ordine internazionale liberale ha fallito, pubblicato da Raffaello Cortina Editore (pagg.336, euro 25).
Secondo Colombo, l'illusione della «fine della storia» è rapidamente svanita a causa dell'arroganza del mondo occidentale, che, in virtù del suo assoluto e forse inaspettato primato, ha preteso di interpretare anche le ragioni e i desideri delle altre nazioni. La prima grande crisi internazionale degli anni Novanta, inaugurata dall'invasione irachena del Kuwait nell'agosto 1990 e culminata sei mesi dopo nella nuova Guerra del Golfo vinta dagli Usa sotto l'egida dell'Onu, ha segnato la fine del vecchio ordine internazionale basato su un equilibrio, per quanto precario questo fosse.
Il Presidente George Bush annunciava così l'inizio delle operazioni militari: «Questo è un momento storico. Abbiamo di fronte a noi l'opportunità di forgiare per noi e per le generazioni future un nuovo ordine mondiale un governo nel quale il governo della legge, non la legge della giungla, governi la condotta delle nazioni». In realtà, in quel momento venivano sancite la supremazia, e la retorica, del mondo unipolare a guida americana. Abbagliato dalla disfatta degli avversari, l'Occidente non si è accorto che, proprio nel momento in cui il modello liberal-capitalista raggiungeva l'apogeo, erano già pericolosamente evidenti le crepe che, nel giro di pochissimo tempo, avrebbero infranto quell'illusione. La possibilità di «plasmare il mondo», sempre secondo le parole del Presidente Bush, sarebbe diventata una vera e propria necessità una decina di anni dopo, con l'attacco terroristico dell'11 settembre 2001, che ha inaugurato il nuovo secolo all'insegna di un terribile trauma. La successiva dichiarazione di «guerra globale al terrore» da parte della Casa Bianca mette definitivamente in crisi le relazioni internazionali così come si erano configurate addirittura dalla pace di Westfalia (XVII secolo), che poneva al centro l'entità statale affidando ai trattati diplomatici il compito di mantenere il delicato equilibrio tra le esigenze delle diverse nazioni. Il vecchio ordine è definitivamente tramontato e, anche se al momento nessuno sembra accorgersene, lo è anche l'idea di Stato-nazione.
L'invenzione della nuova categoria dei cosiddetti «stati canaglia» e la conseguente criminalizzazione del nemico, declassato a «terrorista», fanno calare il sipario sull'idea della reciprocità tra Stati, idea che limitava le conseguenze dei conflitti. La «guerra al terrore», spiega sempre Colombo, porta al punto di rottura l'equilibrio tra impegni e risorse della politica estera americana, ignorando così questioni che si sarebbero rivelate più importanti, come la crescita cinese, e destabilizzando in maniera irreversibile singoli Paesi e intere aree regionali.
Da quel momento, la guerra non sarebbe più stata necessariamente circoscritta a un territorio né combattuta tra nazioni, ma diventava «infinita». Per definizione, la «guerra al terrore» non ha limiti spaziali né temporali, dato che i «terroristi» possono trovarsi ovunque, ed è legittimo, anzi doveroso, scovarli e ucciderli senza alcun riguardo per i confini degli Stati, che sono, ormai, rimasti sovrani soltanto sulla carta. Lo stato di emergenza planetario, affiancato dal cosiddetto militarismo umanitario, rende fluido e permanente lo stato di guerra, che perde così la possibilità di essere regolato dal diritto bellico tradizionale.
L'esempio degli Stati Uniti è quindi stato rapidamente seguito dalla Russia, che con le stesse ragioni liquida spietatamente il terrorismo ceceno, e da Israele, a cui è così stato consentito di ridefinire, almeno agli occhi occidentali, la natura stessa della «questione palestinese».
Al dilagare dei conflitti bellici nelle zone extraeuropee, fanno da contraltare, in occidente, le crisi economiche, politiche e istituzionali, che nell'arco di pochi anni hanno fatto sfumare l'illusione di vivere nel miglior mondo possibile. Svanisce così, nello stesso tempo, l'idea che i cittadini possano essere degnamente difesi e rappresentati dall'autorità statale, lentamente ma inesorabilmente sostituita da nuove entità extranazionali, affiancate dalle nuove élite liberal, padrone del discorso nelle accademie, nel giornalismo, nell'impresa e, soprattutto, nella finanza. Élite inadeguate, spesso ignare, quando non ignoranti, della storia e soprattutto incuranti della realtà, che hanno consentito, quando non favorito, l'espandersi dei conflitti e il massacro delle regole, senza accorgersi che, nel frattempo, comparivano sulla scena internazionale dei protagonisti in grado di sfidare l'egemonia americana.
Cosa possiamo fare, dunque, per evitare il preconizzato Suicidio della pace? Il libro di Colombo, che peraltro si legge tutto d'un fiato, invita a riflettere sul fatto che chi insiste a dire «o questo modello occidentale o il diluvio», non soltanto mente sulla perfezione del primo, ma apre le porte al secondo, che potrebbe essere, non dimentichiamolo mai, nucleare.
Diventa quindi indispensabile dismettere l'arroganza che ci ha contraddistinto negli ultimi decenni, e cominciare a riflettere sull'esistenza e anche sulle ragioni degli altri, abbandonando una volta per tutte il fardello dell'uomo woke.
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