Altro che "La nausea". Sulle tracce di Sartre il propagandista al soldo dell'Urss

La slavista Cécile Vaissié ricostruisce i rapporti del filosofo con Mosca. Nel farlo mette in luce tutte le sue ambiguità e la sua scelta di ignorare e occultare le colpe di Stalin. Al punto da boicottare i dissidenti

Altro che "La nausea". Sulle tracce di Sartre il propagandista al soldo dell'Urss

Sartre il filosofo, Sartre il drammaturgo, Sartre il padre dell'esistenzialismo. Ma anche «l'utile idiota» che grazie alla sua autorevolezza culturale avalla in Occidente la campagna di maquillage dell'Urss post Stalin. È il severo giudizio della slavista Cécile Vaissié, docente in studi russi e sovietici all'Università di Rennes II, che di recente ha dato alle stampe un libro che in Francia sta riaprendo il dibattito su uno dei pilastri della cultura novecentesca d'Oltralpe. Si intitola Sartre et l'Urss, è stato pubblicato da Presses Universitaires de Rennes e in quattrocento pagine demolisce il poco che ancora restava del più celebrato filosofo francese della seconda metà del XX secolo.

Un percorso cominciato nel 1955 e conclusosi soltanto oltre dieci anni più tardi, dopo ben undici viaggi compiuti in Unione Sovietica, spesso insieme con la compagna Simone de Beauvoir. E ogni volta il filosofo parigino è stato accolto a Mosca con grandi onori e talvolta con rilevanti ricompense per le opere tradotte in russo, denaro che però veniva corrisposto in rubli ed era perciò spendibile soltanto in loco. Neppure la violenta repressione della rivolta di Budapest, nel 1956, servì a far traballare l'incrollabile fede sovietica del padre dell'esistenzialismo. Saranno soltanto i carri armati nelle strade di Praga, dodici anni più tardi, a convincerlo a prendere le distanze dal Cremlino; benché negli anni successivi abbia poi manifestato una bizzarra simpatia per il maoismo proprio nel periodo più duro della Rivoluzione Culturale cinese.

In questa lunga stagione di infatuazione sovietica, scrive la Vaissié, Jean-Paul Sartre è stato del tutto indifferente alle migliaia di vittime del Grande Terrore staliniano, alle deportazioni di molti intellettuali nei gulag, alla repressione della dissidenza negli anni Sessanta. Il filosofo rimase muto anche di fronte al bullismo del regime nei confronti di Boris Pasternak, al quale nel 1958 venne proibito di andare a Stoccolma a ritirare il Premio Nobel per la letteratura ottenuto con Il dottor Zivago. Anzi nel 1964, quando il povero Pasternak era ormai morto da tempo, Sartre rifiutò il Nobel che gli era stato attribuito quell'anno sostenendo che fosse una vergogna averlo assegnato a Pasternak, il cui romanzo non era neppure stato pubblicato in Urss, bensì all'estero (fu scoperto da Gian Giacomo Feltrinelli e stampato per la prima volta in Italia). E aggiunse che invece il più importante riconoscimento letterario mondiale l'avrebbe meritato Michail Sholokov, uno scrittore ufficiale sovietico coccolato dal Cremlino.

Solo in tarda età il filosofo parigino alzò la voce in difesa di due scrittori, Andrej Sinjavskij e Julij Daniel, processati a Mosca per aver pubblicato all'estero, con uno pseudonimo, opere letterarie di carattere anti-sovietico. Il che, tuttavia, non gli impedì di andare ancora una volta in Urss, nel 1966, dove come di consueto venne accolto con i fasti riservati a un ospite d'onore. Nel volume di Cécile Vaissié si sottolinea proprio questo strabismo ideologico di Sartre, che nel mondo intellettuale europeo divenne una figura di spicco opponendosi all'imperialismo americano e al colonialismo francese (sono gli anni della guerra in Algeria), mentre invece chiuse entrambi gli occhi sugli orrori del comunismo sovietico e sulla repressione dei popoli, dal Caucaso ai Paesi baltici.

A proposito della decolonizzazione dell'Algeria, Jean-Paul Sartre fu anche un acerrimo oppositore della politica del presidente De Gaulle, che contestò più volte in modo virulento; tanto che nell'entourage dell'Eliseo si fece strada l'ipotesi di far arrestare il filosofo. Ma il vecchio generale, più saggio dei suoi collaboratori e dello stesso Sartre, si limitò a scrollare le spalle e a commentare: «Non si imprigionano i Voltaire».

Nel corso dell'ultradecennale campagna pro-Urss, Sartre inanellò una lunga serie di strafalcioni economici e previsioni azzardate, come quando nel 1954, reduce dal primo viaggio in Russia, dichiarò a Libération che di lì a cinque anni il tenore di vita sovietico sarebbe stato del 30-40 per cento superiore a quello francese. E anche di alcune bassezze intellettuali, sul modello di quella del 1964 contro Pasternak. Ne è un esempio l'opera teatrale Nekrassov, del 1955, ispirata al caso Kravchenko, vale a dire alla diserzione di un alto funzionario sovietico che rimase negli Usa dopo una missione diplomatica e per primo denunciò l'esistenza in Urss di campi di rieducazione, carestie, epurazioni, deportazioni di massa e sorveglianza poliziesca sui dissidenti. In Nekrassov le rivelazioni di Kravchenko vengono ridicolizzate e ridotte a un complotto anticomunista della stampa borghese, oltreché a una truffa di personaggi corrotti che vogliono lucrare sulle false accuse verso il paradiso sovietico.

Tali ostinate posizioni gli alienarono persino le simpatie di parte della sinistra francese ed europea, dato che persino il Pcf prese le distanze da Mosca dopo i fatti di Budapest del 1956. E provocarono la rottura del sodalizio umano e culturale con Albert Camus, nato ai tempi della resistenza antinazista e cementato poi negli anni passati insieme al quotidiano Combat. Infatti nel 1951 l'autore di La peste e Lo straniero pubblicò un saggio, L'uomo in rivolta, nel quale teorizzava l'adozione della violenza solo in circostanze estreme (come ad esempio la resistenza contro l'occupazione nazista), ma ne criticava l'uso politico sistematico come strumento rivoluzionario. Camus era inorridito dalle notizie che filtravano in Europa dalla Cortina di Ferro e non esitò a condannare il comunismo sovietico in nome di un socialismo pacifico, da perseguire senza far ricorso alla forza.

Il saggio di Camus fece andare Sartre su tutte le furie e venne stroncato sulla rivista fondata dal filosofo, Les

Temps Modernes. E così la faida politica tra due delle maggiori intelligenze del Dopoguerra finì per dividere anche la Francia e mise fine all'amicizia e alla collaborazione tra le anime più importanti dell'esistenzialismo.

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