Cosa (non) sappiamo sull’attentato a Papa Giovanni Paolo II

Agca, le indagini e la strana pista armena (mai percorsa). Domani alla Camera sarà presentato il libro “Il Papa deve morire”, scritto dal ricercatore e scrittore milanese Ezio Gavazzeni per Paper First

Cosa (non) sappiamo sull’attentato a Papa Giovanni Paolo II
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Chi c’era davvero dietro Alì Agca? Chi ha armato il terrorista turco considerato vicino agli estremisti di destra dei Lupi grigi? Ha agito da solo? C’entra davvero la «pista bulgara» ipotizzata dalla Procura romana del tempo, i cui protagonisti sono stati assolti per insufficienza di prove nei processi istruiti da Rosario Priore e Ilario Martella? O Agca è stato soltanto l’innesco di un meccanismo più grande che porta da Beirut all’Armenia, passando per Belgrado e Vienna?


Da settimane in Vaticano (ma non solo) si parla di un libro che sarà presentato domani alla Camera: la tesi di “Il Papa deve morire”, scritto dal ricercatore e scrittore milanese Ezio Gavazzeni per Paper First, la casa editrice del Fatto quotidiano, è quella anticipata dal Giornale nell’ottobre del 2023 e parte dalla scoperta di quasi 500 documenti desecretati che racconterebbero una storia molto diversa dietro i tre colpi di pistola sparati contro Giovanni Paolo II il 13 maggio 1981.

La tesi che viene fuori, nel giorno del ventesimo anniversario della morte di Karol Wojtyla, porta al temibile esercito segreto di liberazione dell’Armenia chiamato Asala. Una formazione terroristica con cui Agca sarebbe venuto in contatto attraverso il suo mentore (e trafficante di armi) Teslim Töre e con cui, secondo i documenti pubblicati nel libro, il nostro governo avrebbe trattato per evitare una recrudescenza nei rapporti con il Vaticano, che d’accordo con gli Usa e il Dipartimento di Stato americano e la regia di Henry Kissinger, dal 1975 al 1983 avrebbe esfiltrato fino a 20mila dissidenti armeni l’anno attraverso una quindicina di piccole pensioni a Roma (molte delle quali oggetto di strani attentati) «convenzionate con il ministero degli Interni».

Gli armeni lasciavano la nazione ancora nell’orbita sovietica in aereo, Spesati di ogni cosa e alloggiati. Il nome in codice dell’operazione era Safe Haven (rifugio sicuro), lo Stato italiano ne era informato e consapevole. Ma era anche disposto a trattare, cosa che avvenne tra il 1980 e il 1983, quando l’Italia avrebbe iniziato a negoziare un accordo con l’Asala a Beirut, con la mediazione del numero due Olp Abu Hol, grazie al generale Armando Sportelli, addetto militare in Libano e responsabile della 2° Divisione Sismi - il servizio segreto militare oggi Aise - a capo dell’Ufficio R, con la regia (e la firma finale) dell’allora ministro dell’Interno Oscar Luigi Scalfaro, che prevedeva la fine dell’intesa Usa-Vaticano e la chiusura degli alberghetti romani.

Leggendo i documenti originali pubblicati nel libro e risalenti al periodo 1975-1983, il gruppo terroristico Asala aveva scoperto il meccanismo di esfiltrazione dei dissidenti e minacciava di morte - ben oltre il 1981, l’anno dell’attentato - il Papa, le gerarchie ecclesiastiche e il governo italiano, che ruotava attraverso alcune associazioni in orbita vaticana e statunitense come Wcc (Consiglio Mondiale delle Chiese), Hias, Ucei, la Tolstoi Foundation (fondata dalla figlia dello scrittore Lev Tolstoi) e la Rav-Tov, che si occupava in modo principale di esfiltrare in patria gli ebrei. L’obiettivo dell’Asala era rivendicare le terre armene usurpate dai turchi durante il genocidio del 1915 e ricostruire la grande Armenia, per questo temeva l’emorragia della classe media dall’Urss armeno in favore degli Usa.

Legata al Fronte popolare di liberazione della Palestina di George Habash dal 1975, l’Asala ha rivendicato oltre 250 attentati che fecero 24 morti accertati in tutta Europa, da Madrid a Milano, tutti allo scopo di fermare il flusso degli armeni in Occidente. Tra le minacce di morte al Papa ce n’era una che aveva portato persino a «rinchiudere» temporaneamente il Papa a Castelgandolfo, circondata di posti di blocco e spiegamento di agenti.

Dai documenti si scoprirà che Mehmet Ali Agca è transitato da Belgrado nel marzo 1981 (due mesi prima dell’attentato) e non solo a Vienna, come risultava dalle indagini, e che nella città yugoslava si sarebbe presentato alla nostra ambasciata con un passaporto falso giordano per chiedere un visto, sentendosi rispondere di no dopo due informative di Farnesina e questura di Roma che avevano ricostruito i suoi contatti con Habash e persino con i Servizi israeliani di cui sarebbe stato pedina. Eppure di queste vicende nella ricostruzione giudiziaria e processuale non c’è traccia.

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