"Il fallimento non esiste": la lezione del cestista Antetokounmpo

Pungolato da un giornalista dopo la sconfitta dei suoi Milwaukee Bucks nei playoff Nba, l'asso greco-nigeriano ha infilato una tripla metaforica destinata a far riflettere

"Il fallimento non esiste": la lezione del cestista Antetokounmpo

Chissà se a Sepolia, nella periferia più deturpata di Atene, leggono da qualche parte Samuel Beckett. Di certo viene fatto di pensarlo se uno dei figli più illustri di quel contesto disagiato e oggi astro abbagliante dell'Nba, impartisce ad un tramortito giornalista una lezione sul fallimento e i suoi dintorni. Succede esattamente dopo che i Milwaukee Bucks, la sua franchigia, vengono sbattuti fuori dai playoff ad opera dei Miami Heat. Giannis Antetokounmpo - perché è di lui che si parla - guadagna la sedia davanti all'ampio tavolo della sala conferenze e si prepara ad una serie di inevitabili stoppate alle critiche pronte a grandinare.

Gara cinque è appena andata in archivio. Lui ci ha pure provato, mettendo dentro 38 punti e catturando 20 rimbalzi, ma non è bastato. Certo, pesano pure i suoi errori dalla lunetta: soltanto 10 punti sui 23 disponibili. I Bucks, detentori del titolo nel 2021, devono abdicare alla riconquista. Il tritacarne mediatico attende, fremente. Provano subito ad infilarlo, di fatti: "Giannis, questa è una stagione fallimentare?", domanda improvvido Eric, penna di The Athletic. Un quesito che stona come una serie di passi per il cestista greco - nigeriano. Alza inizialmente le spalle, assume un'espressione perplessa, poi decide di strapazzare il malcapitato collega. "Per caso tu ricevi una promozione ogni anno nel tuo lavoro? Non credo, quindi consideri il tuo lavoro un fallimento ogni volta che non accade? Direi di no. Ti impegni per ottenere altri risultati, per prenderti cura della tua famiglia, comprare una casa e tante altre cose. Non è un fallimento, ma è un passaggio necessario per provare a vincere. Michael Jordan è stato 15 anni nella Nba e ha vinto sei titoli: gli altri nove anni sono stati per caso un fallimento? Mi state davvero dicendo questo?".

Sbam. Come una tripla ben assestata. Una di quelle che ti arrivano tra capo e collo, proprio sulla sirena. Giannis però non è ancora soddisfatto. Serve specificare meglio il concetto. "Perché mi fate questa domanda? Dovete capire che nello sport non esiste la logica del fallimento. Ci sono i giorni buoni e quelli pessimi, a volte riesci a vincere e altre no. Ci sono momenti in cui capisci che è il tuo turno e altre invece in cui devi farti da parte: è la logica di base dello sport, non si può vincere sempre".

Segue una manciata d'istanti di atterrito silenzio. La sala stampa pare stranita. Perché non te lo aspetti mica, da un campione di quel calibro, un discorsetto circa il percorso che pesa più del risultato finale, sulle altre cose per cui vale la pena vivere e che puntellano di gioia la nostra esistenza, sulla sconfitta che non elide ma fertilizza. Ti pesca in controtempo, Giannis, perché nel compulsivo frullatore dell'Nba, in questo circo composto di assi di parquet lucide, muscoli guizzanti e dollari da fare whatever it takes, lo spazio per la riflessione sulla crescita insita nello scivolone si comprime terribilmente.

Forse Giannis, per osmosi, deve avere assorbito la lezione di Eschilo, Sofocle e del resto della tragica compagnia: al bando l'umana tracotanza, la hybris che appanna i nostri giorni. Mica si può sempre vincere. Ci sono leggi non scritte, che pretendono un dazio in termini di sacrificio e verso quelle bisogna reclinare il capo, ma senza sentirsi per questo rintuzzati. Si chiama consapevole accettazione del flusso. In tutte quelle crepe germoglia un riscatto. Antetokounmpo è un giusnaturalista a sua insaputa.

E poi c'è Beckett, appunto.

"Avete tentato e avete fallito. Non importa. Tentate ancora, fallite ancora. Fallite meglio". La vita è un tiro dalla lunetta. Devi allenarti a colpire il ferro per infilare il bersaglio di quando in quando.

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