Quel filo che lega il processo Maradona al video virale "Morning routine" di Usa ’94

Due situazioni apparentemente distaccate tra loro, eppure unite da un invisibile filo rosso

Quel filo che lega il processo Maradona al video virale "Morning routine" di Usa ’94
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Sono giorni di fuego, anzi di Diego. Con il più grande calciatore di tutti i tempi di nuovo al centro del mondo. Spremuto come un limone. Anche post mortem; esattamente come accadeva quand'era in vita. Un’esistenza autodistruttiva dove nulla gli è stato risparmiato. Anzi, dove la sua demolizione (fisica e psichica) era inversamente proporzionale all’arricchimento di quanti gli gravitavano attorno. E allora perché tentare di salvarlo se era proprio il suo disfacimento a renderlo pasto ideale per sciacalli? Salvatore Bagni, tra i pochissimi veri amici del Pibe de oro, lo ha raccontato bene pochi giorni fa al "Giornale": «Diego sapeva che avrebbe fatto una brutta fine, ma non gli interessava. Perché ha sempre messo al primo posto gli altri, prima di sé stesso». E «gli altri» non solo lo hanno tradito, ma hanno fatto in modo che precipitasse sempre più all’inferno per potersi godere il paradiso del suo patrimonio. E sono davvero pochi, quelli della «corte maradoniana», che possono alzare la mano dicendo: «Io non ho sfruttato Diego».

In queste ore si sono accavallate due situazioni apparentemente distaccate tra loro, eppure unite da un invisibile filo rosso. Da una parte le novità raccapriccianti che emergono giorno dopo giorno dal processo in Argentina all’équipe medica (in realtà, pura macelleria «sanitaria») che ha lasciato che Maradona morisse come un barbone in una bidonville; dall’altra i milioni di clic per «godersi» sul web il video-verità «morning routine», pochi minuti di frame che documentano lo stupefacente recupero fisico di Maradona in vista dei Mondiali Usa ’94. Qual è l’elemento comune di queste due fasi drammatiche della vita di Diego? L’idea dell’isolamento come possibile nemesi rigenerante per farlo uscire dal suo stato di dipendenza da alcol e droga.

Nel ’94 Maradona era già un ex calciatore ormai incapace di dribblare i suoi mostri interiori, eppure «gli altri» lo convincono a tornare in campo sequestrandolo per mesi in un luogo sperduto della pampa e sottoponendolo a un recupero selvaggio. Saranno in mondiali della famosa scena in cui Diego esulta con gli occhi spiritati del «drogato»: la Fifa, dopo avergli promesso che non sarebbe stato sottoposto a nessun doping, cambia idea e gli manda l’infermiera bionda che lo accompagna per mano nella sala dei test. Per Maradona è la fine definitiva di una fine cominciata già anni prima. Uno schema, questo del cupio dissolvi, che riemerge anche in occasione del dramma dell’agonia che ha preceduto la sua morte. Una sofferenza inumana e insensata che non è durata «solo pochi giorni», ma «lunghi mesi»: è l’angosciante verità che emerge dal processo. Impossibile che nessuno vedesse le condizioni in cui era «curato» (in realtà, ammazzato) Maradona: anche lì i medici decisero che Diego non doveva stare in un normale ospedale, ma essere «ricoverato» (in realtà, abbandonato) in una bicocca senza attrezzature sanitarie e neppure i minimi servizi garantiti per chi sta bene in salute, figuriamoci per un paziente gravissimo sul filo del tracollo quale era diventato Maradona.

La terribile foto (Diego con il ventre gonfio come una mongolfiera sul letto di una stanza lurida), nella sua crudezza, rende orribilmente l’idea di come Diego fosse trattato alla stregua di un rifiuto umano. Sulla condanna dei sei sanitari che frequentavano quell’appartamento degli orrori non ci sono dubbi, bisogna solo attende la fine del processo per capire a quanti anni di carcere saranno condannati.

Intanto le sorelle di Diego sono in cause con le nipoti (le figlie del campione morto il 25 novembre 2020) sui diritti del prezioso marchio «Maradona». E qui torna in mente l’ammonimento evangelico di San Paolo nella Prima epistola a Timoteo: «La brama di ricchezza è la radice di tutti i mali».

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