L'Inter finalista ai raggi X: l'abbiamo analizzata per voi, ruolo per ruolo

Mai come adesso i nerazzurri sembrano pronti per contendere la coppa ad un'avversaria galattica: da Lautaro in giù, una squadra sincronizzata, talentuosa e operaia

L'Inter finalista ai raggi X: l'abbiamo analizzata per voi, ruolo per ruolo

L'Inter che ha annichilito i cugini milanisti entrando fiera nella finale di Champions è senz'altro la migliore versione possibile di di una squadra che ad un tratto pareva smarrita, ma che poi ha saputo provvidenzialmente ricomporsi. Alzi la mano chi avrebbe puntato un euro soltanto sulla Beneamata all'ultimo capitolo della contesa europea. In fondo, non troppo tempo fa le cose andavano decisamente peggio. Languivano i risultati in campionato. Si lamentava Marotta. La testa di Inzaghi sembrava sacrificabile. Ma la raceudine da Serie A veniva ogni volta mitigata da prestazioni luminescenti in Champions. Fino a questa coda di stagione giocata su frequenze spaziali. L'ideale per affrontare un'avversaria - City o Real che sia - sicuramente galattica. L'Inter rediviva è arrivata fino a qui attingendo alla forza sincronica di tutti i reparti. Frughiamoci dentro, per svelarne il mistero.

Lautaro
Lautaro esulta davanti alla curva

I portieri

Onana si è decisamente preso la scena. Sicuro tra i pali, disinvolto nelle uscite, trasmette senzazioni positive a tutto il reparto. E in panchina c'è comunque Handanovic, il titolarissimo di mille battaglie. La serie di clean sheet contro Porto, Benfica (all'andata) e Milan lascia in dote sensazioni positive. La porta è blindata.

La difesa

La classe operaia che va in paradiso. Gli Acerbi e i Darmian che giocano e vincono una semifinale di Champions sono la rappresentazione più nitida del concetto. Che splendore assistere alla storia che, di quando in quando, si ribalta. Ci hanno messo applicazione furente, sopperendo alla classe maggiore di Skriniar, di De Vrij. E accanto a loro c'è un ragazzo che rappresenta il futuro più fulgido del calcio italiano sotto la cintura: difensore sulla carta, Bastoni contende e imposta. Basti pensare che è l'interista ad aver giocato il maggior numero di palloni di questa Champions. Oltre ai singoli, appaga l'atteggiamento, centrali che sanno alzari e abbassarsi in simbiosi con il resto della squadra. Blocco che diventa a cinque quando c'è da ripiegare. Atteggiamento proattivo e solidale. La difesa dell'Inter è in realtà tutta l'Inter: una creatura che sa basculare a fisarmonica intridendo di malta ogni pertugio.

Il centrocampo

Qui gli applausi vanno tutti a Marotta. Basti un esempio illuminante: Henrikh Mkhitaryan. A 34 anni suonati l'armeno è ancora più che in grado di dettare tempi, disegnare lucide imbucate e trovare lo specchio con brutale confidenza. La speranza è che l'infortunio di ieri sera sia riassorbibile senza postumi eccessivi. Ma anche qui c'è la working class che sgomita: Federico Dimarco, interista di professione e mancino elettrico a tempo perso, era a San Siro quando la squadra usciva contro i cugini nella semifinale del 2003. Aveva sei anni. Ieri ha contribuito a materializzare un sogno collettivo. E poi c'è Barella, probabilmente la miglior mezz'ala italiana oggi. C'è la classe vivida di Çalhanoğlu. Ed un Brozovic in panca che fino a poco fa era pontefice massimo dell'anello di centrocampo. Sull'altro lato Dumfries: un concentrato di potenza e controllo che piacerebbe parecchio all'ex sponsor Pirelli. Completano il reparto gregari come Gosens, D'Ambrosio, Gagliardini e Asllani, sempre disponibili a gettarsi nella tenzone quando serve. La profondità della rosa interista, punto di forza di ogni singolo reparto, si manifesta in tutta la sua rigogliosità anche lì nel mezzo, come cantava Luciano da Correggio, un altro che ieri deve aver gongolato smisuratamente.

L'attacco

L'Inter che vola in finale è quella della deviazione di Dzeko nell'andata e del furente gol di Lautaro Martinez al ritorno. Il dieci argentino è ufficialmente il capopopolo di questa ressurezione calcistica. Il bosniaco, stazza e classe a manetta, tiene in apprensione da solo intere retroguardie fregandosene della carta d'identità. Poi c'è un Lukaku che pare finalmente recuperato. In questo scorcio finale di stagione viaggia e calcia come un siluro. Correa dalla panchina sarà pure intermittente, ma insieme all'indolenza possiede i tratti di chi può cambiare l'inerzia a piacimento. L'intesa tra i singoli è un altro fattore dirompente: il centravanti di turno apre gli spazi e accetta di buon grado di barattare un gol in più con qualche sportellata. La seconda punta - quasi sempre il Toro argentino - gli gravita intorno con atteggiamento famelico, sempre pronto a carpire sponde, filtranti, oscuri rimbalzi.

Il mister

Largo a Simone, se lo merita. Sulla graticola fino a qualche settimana fa, Inzaghi adesso si gode una parziale rivincita. Secondo allenatore italiiano a portare l'Inter in finale di Champions. Successore - almeno nel tentativo - di Mou. Il mister ha sfoderato il superpotere quando più serviva. La sua catarsi è quella della squadra.

Sfilacciata per lunghi tratti in campionato, ma risorta nel finale. E sempre vivissima e vibrante in coppa, il giardino di casa di Simone. Ora il sedere è di nuovo saldamente incollato alla panchina nerazzurra. Che potrebbe pure diventare un trono, a seconda di come andrà a finire.

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