Recoba al Venezia, la più bella mezza stagione di sempre

El Chino in prestito dall’Inter risollevò le sorti dei lagunari sfornando un quantitativo esagerato di assist e gol superbi

Recoba al Venezia, la più bella mezza stagione di sempre

Caracolla verso l’auto, con la consueta indolenza. È avvolto in un ampio piumino, il berretto di lana calato fin sopra la fronte, occhiali scuri a celare quegli occhi da orientale. Venezia a gennaio è una suggestione ibernante. Non che a Milano ci si rosolasse al sole, ma insomma lui è uruguagio autentico e il clima rigido lo deglutisce a fatica. Ora sale su una barcarella. Scivola via, basculando, verso la sagoma in controluce del Penzo. Forse ha il tempo di ripercorrere mentalmente i tre gol della stagione scorsa. Zaffiri isolati, manifestazione di un fenomeno indolente e, dunque, irrisolto.

Gigi Simoni infatti non ci punta. Anche se per Moratti è già un mezzo pupillo, dopo la prima parte di stagione gli suggerisce di andare altrove, a farsi le ossa. Il Venezia però è un club sul punto di inabissarsi. È risalito in serie A, ma pare non avere polpastrelli sufficientemente aderenti per rimanervi aggrappato. Quando El Chino arriva, la squadra annaspa penosamente nei bassifondi. Gli allibratori si sfregano le mani. Non serve una chiromante per intuire che se continuano così sono spacciati.

Eppure Marotta, indaffarato insieme a Di Marzio alla corte del tumultuoso Zamparini, ha provato a mettere su un’ensemble fatta di onesta manovalanza. Davanti c’è Stefan Schowch, capello fluido e riflessi glaciali sotto porta, come certificano i 17 centri della stagione precedente, anche se si trattava di cadetteria. Tra i pali Taibi, giunto dal Milan insieme a Filippo Maniero, un altro che dovrebbe flirtare senza ritegno con lo specchio. E poi i Volpi, i Valtolina, il carneade Tuta, il brasiliano Bilica. I Luppi, i Pavan e i Carnasciali. Tutti sicuri mestieranti. Nessuno che riesca a esimersi dall’opacità. Così i lagunari imbarcano. Incassano sanguinose sconfitte di misura e debacle sconfortanti. Al giro di boa della stagione appaiono terribilmente inclinati verso lo sprofondo.

Cristallino che i tifosi si aspettino un mercato salvifico. Serve una robusta iniezione di competitività. Una pastiglia effervescente per rivitalizzare un gruppo inciampato sopra a speranze divelte. Così quando la boutade Alvaro Recoba si concretizza, i veneziani dilatano le pupille. Come potrebbe un pivello uruguagio, pietosamente a secco di reti e d’una pigrizia irritante, risollevare le sorti di una stagione asfittica? Al male si aggiunge il peggio quando i supporter vengono a sapere che, per far spazio al ragazzino dagli occhi a mandorla, il grande sacrificato e Schwoch, un diretto per Napoli sul primo binario.

Lo sconforto collettivo prevale soltanto perché non possono sapere, i profani, che dentro al cuore sudamericano di Alvaro risiede un inesauribile giacimento calcistico. Dipende soltanto se lui ha voglia di scavare. Per fortuna del Venezia, la risposta non potrebbe essere più affermativa. Scarpino total black, fascetta a imbrigliare i capelli, maglia numero undici sulla schiena: Recoba in laguna comincia un altro campionato. Interrogandosi in profondità sul suo talento, estrae risposte fulgide e letali.

Sia chiaro: in campo seguita a trotterellare. Ma è la quiete dei forti, quella che anticipa uno tsunami gentile e incontrastabile. Novellino, che lo deve gestire, abdica quasi al primo allenamento: “A questo lasciamogli fare come gli pare”, mormora ai suoi assistenti. Di fatti Alvaro non torna. Non copre. Si rifiuta categoricamente di lottare. Quando infuria la contesa suppliscono gli onesti manovali. Lui si erge sopra la mediocrità popolare, dispensando raggi di poesia uruguagia. Accarezza il pallone come un’amante preziosa. Lo deposita in rete per diritto divino.

Con lui al suo fianco anche Maniero si stappa. Riavvitare il nastro dello scontro interno contro l’Empoli, per capire l’assist da cui nasce il prodigioso gol di tacco di Pippo. Oppure premere "Rec" sulla fragorosa vittoria contro la Roma e su quella contro il Perugia: portano incise entrambe la loro sigla. Il paladino che incide calcio e il suo degno scudiero. La tenzone di Recoba è però soltanto contro i suoi limiti. Buca anche l’Udinese. I ragazzi di Novellino si arrampicano sulle sue prodezze e risalgono dall’infamia dei bassifondi.

Poi arriva anche il 14 marzo del 1999. Al Penzo giunge la Fiorentina di Batistuta, collettivo ambizioso e irruento. Dall’altro lato però si erge El Chino e non ce n’è. Finisce con un annichilente 4-1 per il Venezia. Recoba ne fa tre, due dei quali su calcio piazzato. Quel sinistro sibilante infrangerà parecchi altri sogni in stagione. Il suo bottino personale racconterà di undici centri in sei mesi. Gli assist non si contano. Alvaro contiene l’impudenza dei campioni, anche se non ne possiede la dedizione. Per quel ristretto intervallo di tempo però, basta e avanza.

A fine stagione il Venezia lambisce la zona europea. Un sogno impensabile per chi gravitava tra i mulinelli che conducono alla B.

C’è voluto un improbabile uruguagio dagli occhi a mandorla per flettere il destino. Recoba tornerà all’Inter per acclamazione. Ma quei sei mesi in laguna, inevitabilmente, restano infilati tra i ricordi come la più bella mezza stagione di sempre.

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