
Per il reddito fisso, obbligazioni e Btp, il barometro segna tempesta. La prima settimana di marzo, in proposito, è stata illuminante: nell’attesa del secondo taglio annuale dei tassi, che la Bce ha effettuato giovedì 6 marzo portando il tasso ufficiale dal 2,75 al 2,5%, il mercato ha seguito l’andamento opposto. I rendimenti, invece che scendere, sono vistosamente saliti. Le scadenze a 10 anni sono tornate a livelli che non si vedevano da mesi. Il Bund ha superato il 2,8%, mentre i Btp – mantenendo lo spread attuale intorno ai 105 punti - sono andati a 3,85 per cento. Altro che calo dei tassi: i rendimenti raccontano un’altra storia.
Il taglio della Bce, almeno nell’immediato, non ha mosso alcunché, essendo dato per scontato. Ma a muovere i mercati sono per l’appunto i dati non scontati. E tra questi c’è il “sentiment” legato alla situazione geopolitica. Due gli elementi portanti: l’aumento della spesa pubblica per la difesa nella Vecchia Europa, con il piano Ue da 800 miliardi; e la riforma del freno al debito tedesco, che dovrebbe liberare la spesa per la difesa sopra l’1% del Pil dal vincolo costituzionale.
Sono questi due gli elementi che hanno bruscamente interrotto la discesa dei rendimenti europei invertendo la tendenza e generando aspettative contrarie. Ora fa premio l’aumento generalizzato del debito pubblico europeo. Perché se è vero che il piano Ue dovrebbe prevedere di scomputare le spese per la difesa dal deficit ai fini del suo rapporto con il Pil, è altrettanto assodato che di deficit e debito si tratta. Con due tipi di conseguenze: per un Paese super esposto come l’Italia (vale anche per la Francia) si tratterà di vedere aumentare ulteriormente le grandezze già arrivate da tempo al livello di guardia. Non è un caso che il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, impegnato già dal governo Draghi a tenere i conti sotto controllo, non abbia accolto con favore la notizia di nuovi investimenti pubblici nella difesa. Mentre la seconda conseguenza riguarda il Bund: se l’àncora europea del reddito fisso dovesse finire sotto la lente delle agenzie di rating a causa delle nuove regole costituzionali, verrebbe meno un punto di riferimento degli investitori di tutto il mondo. Con possibile effetto destabilizzante.
Ecco perché i mercati chiedono un nuovo premio in più al rischio. Dopodiché, sullo sfondo, l’economia europea resta debole. Il Pil dell’eurozona, ha scritto la Bce nel comunicato del 6 marzo, “fronteggia perduranti difficoltà e i nostri esperti hanno nuovamente corretto al ribasso le proiezioni di crescita” allo 0,9% per il 2025 (era 1,1% nelle previsioni di dicembre scorso), all’1,2% per il 2026 (dall’1,4%) e all’1,3% per il 2027. “Le revisioni al ribasso per il 2025 e il 2026 riflettono la diminuzione delle esportazioni e la continua debolezza degli investimenti”. Un quadro che dovrebbe portare i tassi a scendere ancora.
Ma di fronte al quadro generale geopolitico, i falchi hanno rialzato la guardia e ora mettono in dubbio i prossimi due tagli, per complessivi 50 punti (-0,5%) previsti entro metà giugno. Per loro la debolezza economica è ormai di natura strutturale.Il duello tra falchi e colombe è dunque destinato a riaprirsi. Mentre i rendimenti europei promettono di restare sostenuti ancora a lungo.
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