Così il super euro mette in ginocchio l'Italia

Da una parte l'Ue impone ferree misure di austerity che vincolano la crescita, dall'altra l'euro ai massimi rende i Paesi dell'Eurotower non competitivi nelle esportazioni

Così il super euro mette in ginocchio l'Italia

Ieri sera, quando sono state chiuse le contrattazioni, l'euro è tornato sotto la quota monstre di 1,38 dollari. In giornata la moneta unica era volata ai massimi da due anni sulla scia degli acquisti di fine anno delle banche. Si avvia così alla chiusura un 2013 profondamente negativo per l'Eurotower che ha visto la propria valuta fare la voce grossa con le divise delle principali potenze finanziarie mondiali mettendo letteralmente in ginocchio le economie locali dei Paesi Ue. La settimana di Natale vede, infatti, l'euro passare di mano a 1,3789 dollari, dopo aver toccato un massimo di 1,3894. La stessa scena si è vista sullo yen che viene scambiato a 144,76 yen dopo essere schizzato al top da cinque anni toccando i 145,69 yen.

Anche se gli attuali bassi livelli di inflazione registrati nell’Eurozona giustificano la politica estremamente accomodante a livello di tassi di interesse da parte della Bce, in una intervista alla Bild il presidente della Deutsche Bundesbank Jens Weidmann ha invitato la Bce a "stare attenta ad aumentare di nuovo i tassi di interesse al momento giusto una volta che le pressioni sui prezzi dovessero salire". La Bce ha da ultimo ridotto il costo del denaro a inizio novembre, tagliandolo di un quarto di punto al nuovo minimo storico dello 0,25%. Il numero uno della Buba ha giustificato i ripetuti tagli dei tassi di interesse decisi dal Consiglio direttivo guidato da Mario Draghi sottolineando come l’Eurozona "si stia riprendendo solo lentamento dalla più pesante crisi economica del Dopoguerra" a fronte di "rischi di inflazione limitati". Tuttavia, l'eccessivo potere dell'euro e il tasso d'inflazione sotto al livello che la Bce vorrebbe tenere sono un boomerang per le economie interne dei Paesi dell'Unione europea. Se si dà un'occhiata ai principali indicatori economici, appare chiaro che questo sistema colpisce soprattutto imprese e industrie che non sono più competitive sui mercati esteri. E a farne le spese è, soprattutto, il Belpaese.

Nel 2013 il dollaro si è svalutato del 4,2% rispetto all'euro. Il biglietto verde non è certo l'unica divisa a perdere terreno. Mentre la moneta unica è andata rafforzandosi sempre di più, le principali divise hanno via via perso valore. Questo vale per lo yuan cinese (-2%), per il rublo russo (-13%) e per il real brasiliano (-19,7%). Ma anche per lo yen giapponese, che si avvia a chiudere l'anno con un -22% sull'euro. Ieri la Borsa di Tokyo ha chiuso la settimana di contrattazione toccando livelli record, proprio grazie alla debolezza dello yen. L’indice Nikkei 225 delle blue chip è, infatti, salito di 164,45 punti a quota 16.174,44 punti (+1,03%). La piazza giapponese on veleggiava su questi livelli dal novembre del 2007. Anche la lira turca, che risente della crisi politica che ha travolto il premier Recep Tayyip Erdogan, ha perso il 24% sull'euro. La lira è infatti precipitata nonostante la decisione della Banca centrale turca (Tcmb) di vendere parte delle proprie riserve di dollari per sostenere la divisa, già indebolita dalla stretta monetaria della Federal Reserve statunitense. La Tcmb intende, infatti, iniettare sul mercato 450 milioni di dollari al giorno fino al 31 gennaio per sostenere il corso della lira. La stessa politica aggressiva messa in atto quest'anno dalla Fed di Ben Bernanke, che ha immesso sul mercato la bellezza di mille miliardi di dollari, e della Banca del Giappone, che tutti i mesi inietta yen per circa 70 miliardi di dollari. Insomma, l'esatto opposto delle politiche portate avanti dalla Bce.

In questo quadro a soffrire maggiormente sono i Paesi dell'Unione europea che con l'euro così forte non sono più in grado di essere competitive nell'esportazione dei prodotti. Con dei distinguo. Spagna e Francia, per esempio, ne risentono meno perché metà dell'export viene venduto ai Paesi comunitari. Ne fa ne spese maggiormente il Belpaese che, stando alle griglie dell'Eurostat, vende fuori dai confini europei beni per 231 miliardi (ovvero il 59% del suo export totale e il 15% del pil) contro i 216 miliardi di euro di beni acquistati.

Se da una parte l'Ue impone all'Italia ferree misure di austerity che vincolano la crescita economica, dall'altra la Bce azzoppa le esportazioni gonfiando il valore della moneta unica e rendendo i Paesi dell'Eurotower non competitivi in un mercato sempre più globalizzato.

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