
Del sistema carcerario in crisi e ostaggio dei clan, delle sue difficoltà, del sovraffollamento e dell’allarme criminalità il Giornale si è occupato più volte anche di recente, affrontando temi come la delinquenza minorile.
Ma non c’è niente di più prezioso che sentire raccontare l’esperienza penitenziaria da chi la sta vivendo come l’ex sindaco di Roma Gianni Alemanno, detenuto nel carcere di Rebibbia dal 31 dicembre scorso per non aver rispettato gli obblighi del tribunale, che su Facebook sta tenendo una sorta di diario social: «Il carcere è un’intensa esperienza comunitaria, con regole autogestite ma ferree. Ecco perché è stupido sprecarla», scrive l’esponente di Alleanza nazionale giunto al suo novantesimo giorno di carcere, che racconta la sua esperienza tra celle fatiscenti con sei brande a castello, «un cesso che sta nella stessa stanza dove si cucina e di un lavandino senza acqua calda», della mancanza di condizionatori quando fa caldo. «Condizioni di vita che meriterebbero quel 10% di sconto di pena previsto dalla Corte europea dei diritti dell’uomo “per condizioni di detenzioni inumane”».
«Chi ha vissuto un periodo della sua vita “dietro le sbarre” è testimone di un’esperienza difficilmente comunicabile a chi invece il carcere non l’ha mai conosciuto. Nelle celle si vive un’intensa esperienza comunitaria, con i forti connotati romantici ed emozionali propri di tutte le vicende comunitarie. Tra i compagni di cella si condivide tutto, dalle derrate alimentari ai lavori quotidiani, dalle emozioni ai ricordi. Ai più anziani (di permanenza in carcere) - racconta Alemanno - viene riconosciuta piena autorità sulle regole comuni, a prescindere dai titoli di studio e dalle origini sociali, regole totalmente autogestite ma ferree per pulire gli ambienti, preparare i pranzi, lavare i piatti. C’è un continuo lavoro artigianale di ogni detenuto per migliorare le condizioni di vita»
Un’altra lezione arriva dall’uso consapevole che in carcere si fa di ogni cosa: «Ogni pezzo di legno, ogni lattina, ogni elastico, viene utilizzato in modo geniale per risolvere qualche problema pratico di una vita a metà strada tra il campeggio e la caverna. Altro che “cultura del riuso” da ambientalisti chic, qui si fa sul serio... In ogni cella c’è almeno un detenuto che, in base ad esperienze pregresse (in genere altro carcere), si improvvisa come cuoco, cucinando su fornelli camping gas quello che può essere riciclato dal vitto quotidiano o quello che viene acquistato come “sopravvitto”. I risultati, soprattutto nelle celle dove vivono persone di origine calabrese, sono assolutamente al di sopra della media delle nostre case, dove ormai domina la cattiva abitudine dei cibi d’asporto. Sono poche le persone detenute, anche quelle che all’entrata si presentano con un carattere individualista e aggressivo, che riescono a sottrarsi a queste regole».
Alemanno è rinchiuso al Reparto 2B (uno dei due corridoi del secondo piano) del Braccio G8 del carcere di Rebibbia, uno dei più vivibili di tutti i carceri romani, «dove sono fiorite molte attività, tutte gestite in ogni aspetto da persone detenute, volontari o lavoranti interni (per poche centinaia di euro al mese). Vige la consuetudine di salutarsi tutti ogni volta che ci si incontra nei corridoi, all’aria, nella doccia, nelle sale comuni, quando ci si affaccia in un’altra cella. Ci deve essere assoluta cortesia reciproca, pena reazioni collettive anche pesanti - racconta l’ex sindaco di Roma - Ogni attività del carcere è molto frequentata dalle persone detenute, certamente in cerca di modi per passare la giornata, ma anche molto attente a tutto quanto li può far sperare di avere una vita migliore durante e dopo la carcerazione».
E se il carcere deve rieducare (ed è questo uno dei motivi che hanno convinto i giudici a ricacciarlo in cella) come prevede l’articolo 27 della Costituzione, Alemanno racconta anche che dietro le sbarre «c’è chi ha voglia di partecipare, c’è anche chi si lascia andare e diventa un morto vivente. Ma questa voglia c’è e certe volte è sinceramente commovente. Ne sono testimoni tutti i volontari, i docenti e gli operatori esterni che cercano di organizzare le diverse attività». Da qui l’appello al Parlamento per «valorizzare queste potenzialità», non certo come si fa adesso «non dando coerenza e continuità ai percorsi che dovrebbero portare dalla rieducazione all’accesso alle pene alternative. Chi fa le leggi e di chi le deve applicare, può e deve fare di più».
Una buona, buonissima parola l’ex ministro ed ex europarlamentare la spende
per gli agenti penitenziari, le prime «vittime dei malfunzionamenti e delle carenze di organico quasi quanto le persone detenute». C’è qualche giudice disposto ancora a pensare che Alemanno debba ancora essere «rieducato»?- dal lunedì al venerdì dalle ore 10:00 alle ore 20:00
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